Esiste davvero il carbone pulito? 29 novembre, 2016 | Redazione A Sud

[di Stefano Dalla Casa su Wired] La vittoriosa macchina di propaganda Donald Trump è riuscita a resuscitare un mito che sembrava morto e sepolto: quello del carbone pulito

 

Fino agli ultimi giorni di campagna elettorale, Donald Trump ha girato l’America promettendo di risollevare le economie locali resuscitando la stagnante industria del carbone, specificando ogni volta che sarebbe stato carbone pulito.

 

 

Il presidente eletto è da sempre ostile alla scienza dei cambiamenti climatici e ha scelto il veterano del negazionismo Myron Ebell come consigliere: per quale motivo dovrebbe interessarsi a una tecnologia che ridurrebbe le emissioni di anidride carbonica?

 

Il paradosso, però, è solo apparente. Prima di tutto il carbone non è solo il combustibile fossile più dannoso per il clima, è il più sporco in assoluto. L’inquinamento associato all’estrazione e alla combustione di questo materiale è insostenibile a prescindere dai cambiamenti climatici. Lo sa bene la Cina, che negli ultimi anni ha investito moltissimo nelle fonti rinnovabili anche per arginare i disastri ambientali e sanitari dovuti alla dipendenza dal carbone. Insomma, anche gli elettori di Trump devono respirare.

 

In secondo luogo il carbone pulito è più uno slogan che una strategia per lo sviluppo energetico e tra le tante bufale della sua campagna non stupisce affatto che anche Trump l’abbia utilizzato per vincere i voti degli americani.
Ma che cosa dovrebbe essere di preciso il carbone pulito? In realtà il significato del termine è cambiato nel corso del tempo. L’espressione ha cominciato a diffondersi negli anni ’80, e non aveva ancora nulla a che vedere con l’anidride carbonica.

 

I climatologi avevano già lanciato l’allarme sui cambiamenti climatici, ma allora preoccupavano di più gli inquinanti che causano le piogge acide e lo smog, in particolare ossidi di solfo e di azoto. Da allora l’utilizzo di filtri e nuovi metodi di lavorazione e combustione sono riusciti a ridurre l’impatto di alcuni dei numerosi inquinanti (atmosferici e non) prodotti dalle centrale a carbone, ma come ha scritto questa estate lo scettico Phil Plait su Slate: “Se si volesse essere onesti bisognerebbe parlare di “carbone più pulito”, o più precisamente “carbone un po’ meno sporco”. […] Il carbone contiene molte cose diverse oltre al carbonio, tra cui mercurio, solfo e altro. Questi inquinanti finiscono nell’aria causando molti problemi, tra cui migliaia di morti premature ogni anno. Rimuovere queste tossine dal carbone è costoso e molto complicato, ma le nuove centrali fanno un lavoro migliore di quelle vecchie”.

 

Le centrali a carbone nel mondo producono oltre il 40% della nostra energia elettrica, ma allo stesso tempo questo combustibile è responsabile di ben il 46% delle emissioni di CO2. Per questo motivo a partire dagli anni ’90 si è tornati a parlare di carbone pulito, questa volta riferendosi a tecnologie che invece abbatterebbero, o addirittura azzererebbero, le emissioni del gas serra. Negli Usa anche alcuni democratici, compresi Obama e Hillary Clinton hanno flirtato col sogno di continuare a bruciare carbone senza pompare gas serra in atmosfera.

 

Esistono due principali approcci che prometterebbero un carbone amico del clima. Uno si basa sulla gassificazione: invece di bruciare carbone è possibile trasformarlo in gas di sintesi, composto prevalentemente da metano. Questo gas può essere bruciato per produrre elettricità, mentre altre molecole ricavate dal processo possono essere recuperate e avviate all’industria chimica.

 

L’altro approccio è quello che prevede invece la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica sprigionata dalla combustione. Persino gli impianti esistenti potrebbero un giorno essere migliorati con un sistema di che rimuova la CO2 sprigionata dalla combustione prima che raggiunga l’atmosfera. Il gas dovrebbe poi essere iniettato nel sottosuolo, per esempio in depositi rocciosi geologicamente stabili, o anche essere utilizzato per sfruttare giacimenti di idrocarburi altrimenti inaccessibili.

 

Tutto risolto quindi? Non esattamente. Dopo vent’anni di ricerca la rivoluzione del carbone pulito, nel senso di a basse emissioni di CO2, è ancora sulla carta. Esistono diversi impianti sperimentali, ma le tecnologie proposte non sono ancora mature per la commercializzazione su larga scala. La prova ‘empirica’ è che né l’amministrazione Bush, né quella Obama (che ha cambiato registro soprattutto nel secondo mandato) è riuscita a farle decollare nonostante gli enormi investimenti.

 

Questo non significa che le nuove tecnologie non possano darci una mano nella mitigazione dei riscaldamento globale. Con molti se e molti ma anche l’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) ha sottolineato che le tecnologie di cattura e stoccaggio della CO2 sono da tenere in seria considerazione. Tali tecnologie potrebbero però essere usate anche per intrappolare le emissioni di altri combustibili (per esempio biomasse), mentre la narrazione dietro al carbone pulito finora non ha fatto altro che continuare a rendere ‘presentabile’ un combustibile insostenibile. Oggi le centrali a carbone commercialmente abbordabili che inquinano meno sono quelle ultra-supercritiche, dove l’altissima pressione della caldaia permette di produrre più elettricità con meno carbone (ed emissioni). Ma nonostante in questo si tratti di una tecnologia ben collaudata è ancora poco diffusa, anche a causa dei costi di costruzione più elevati.

 

Le azioni dei colossi del carbone abbiano avuto un’impennata dopo la vittoria di Trump, ma sul lungo periodo sembra improbabile che il magnate possa risollevare l’industria, con o senza il fantomatico carbone pulito. Negli ultimi anni la domanda di carbone a livello globale ha smesso di crescere e negli Stati Uniti diverse centrali hanno addirittura chiuso i battenti. “Thanks, Obama!” hanno immediatamente recitato i repubblicani, accusando l’amministrazione di una guerra al carbone, ma in realtà il vero nemico di Big Coal adesso è il mercato. In diverse regioni degli Usa ormai l’elettricità prodotta col carbone non può più competere con quella proveniente dal gas naturale, e anche senza sussidi le rinnovabili sono arrivate a essere competitive sia col carbone sia col gas naturale.

 

 

Se anche Trump dichiarasse guerra all’eolico e al solare (nei quali investono anche diversi stati repubblicani) e decidesse di finanziare costosissime centrali a carbone con sistemi di cattura e stoccaggio, difficilmente potrebbe arrestare la transizione energetica e restituire ai minatori i posti di lavoro promessi. Senza contare che il petroliere Harold Hamm, consigliere della campagna, sembra più che altro interessato a rimuovere ogni regolamento che ostacoli l’estrazione di gas e petrolio…

 

(Pubblicato il 18 novembre 2016)

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