Ed è di nuovo Scup … 8 maggio, 2015 | Redazione A Sud

11188283_1582243295382726_3341611694797112684_nNella città di Mafia capitale, degli appalti truccati per i lavori della metropolitana, nella città in cui basta essere parente di chi amministra la cosa pubblica per essere assunti nelle società che gestiscono i servizi, nella città in cui la mala politica è stata finanziata con la vendita di biglietti della metropolitana falsificati, la vicenda dello sgombero di Scup dimostra quanto contraddittoria, aleatoria e disonesta sia l’idea di legalità di chi assume, a questo punto arbitrariamente, il ruolo di farsene garante.

 

Se legalità significa lasciare che nel “mondo di mezzo” tutto quanto sopra si ripeta immutato mentre si utilizzano la forza pubblica e le ruspe per spazzar via 3 anni di lavoro dal basso e partecipazione a servizio di un progetto di recupero e riconversione produttiva di uno spazio abbandonato, c’è evidentemente qualcosa che non va. C’è un solco sempre più profondo tra legalità e giustizia sociale e non è per sbaglio che questo solco si approfondisce ma per lucido esercizio di potere a tutela degli interessi economici e speculativi, contro ogni esperienza di equa trasgressione dei codici di legge.

 

Scup, Sport e cultura popolare, è un progetto che aveva trovato spazio in uno stabile pubblico, del Ministero dei Trasporti, finito in un fondo immobiliare (il FIP, gestito dalla Banca Finnat), un bene che non solo lo Stato aveva perso ma per il quale pagava una locazione al FIP, quest’ultimo aveva poi venduto lo stabile ad una società facente capo a prestanome e con debiti per quasi 5 milioni di euro.  Chi portava avanti Scup aveva deciso di occupare questo spazio e restituirlo al quartiere, riempendolo di attività culturali e sportive, un’osteria popolare, partecipazione e socialità. Le ruspe del comune hanno spazzato via questo progetto. Fortunatamente, il potenziale di un’aggregato sociale come quello che tre anni fa ha dato vita a Scup si è espresso ieri nel migliore dei modi: dopo lo sgombero, è stato occupato un altro stabile abbandonato in cui si lavora per ricominciare quello che si vuole leggere come illegalità ma altro non è che un progetto di democrazia partecipata e autogestita.

 

SCUP: il cielo in una stanza

 

[di Rossella Marchini e Antonello Sotgia su Dinamopress.it] Dopo lo sgombero e la rioccupazione di ieri alcune note sull’attacco agli spazi sociali ed elementi di urbanistica romana. Oggi alle 19 assemblea pubblica al nuovo SCUP, via della Stazione Tuscolana 85

 

Era solo l’anno scorso quando, come accadeva da oltre tre anni, poco prima delle 21, quasi ogni giorno, una lunga fila iniziava ad assediare, in modo ordinato e felice, l’ingresso del teatro Valle occupato. Non c’era fretta perché, nell’attesa, si parlava con chi ti stava vicino di quello straordinario esperimento che si svolgeva intorno a quel palcoscenico inclinato. Centinaia di persone con la loro presenza riuscivano a costruire quel luogo, dove, forse prima, non erano mai entrate.

 

In attesa di varcare quella soglia era tutto un parlare, un raccontare e un raccontarsi il mondo. Quel mondo che sera dopo sera veniva scoperto nel riconoscersi in una grande relazione collettiva, capace di costruire la città ed inventarsi come abitarla. Avveniva la costruzione di un territorio. Finito. Così come finite sono state altre esperienze di animazione sociale di questa città.

 

Ieri è SCUP è stato ancora sgombero. Non soft. Brutale. Guidato dalla rappresentante della proprietà che, protetta dalla massiccia presenza di polizia e carabinieri, improvvisatasi direttore dei lavori, disponeva la demolizione di alcune parti dell’immobile. C’è voluto del tempo per scoprire che quei lavori non erano regolari. E’stato difficile imporre, a chi avrebbe dovuto impedire di compiere un delitto edilizio, di fermarlo, ben sapendo però che quei lavori erano più che regolari.

 

Rispondevano infatti al manuale di procedura dell’immobiliarismo finanziario: chi è proprietario può fare quello che vuole, non aspettare autorizzazioni, fregarsene dei permessi, eludere le norme di sicurezza, murare tutto. I denti aguzzi delle benne, al di sopra del muro dei blindati, hanno scandito i tempi della rigenerazione urbana di questa città. Cancellare insieme ai muri (in questo caso vincolati dal Sovrintendenza) la vita di chi era riusciti a farli vivere.

 

In molti intorno all’edificio di San Giovanni, in questi anni, avevano capito che “servizio” fosse SCUP, che cosa avesse voluto dire vederlo riaprire dopo il lungo abbandono. In molti hanno scoperto che quei mattoni lasciati soli continuavano a produrre reddito alla proprietà per lo strano gioco finanziario di uno Stato che, per alleggerire il proprio debito pubblico, si aliena di un bene a vantaggio di un privato che lo acquisisce ad un prezzo in larga parte destinato ad essere ammortizzato da un canone d’affitto, che lo Stato continuerà a pagare (questo è avvenuto) anche dopo averlo abbandonato.

 

In molti, fuori e dentro il quartiere, hanno visto che davvero, come dice il Piano regolatore, quello stava diventando un servizio locale. Uno di quei servizi che non si fanno perché, dicono, mancano i soldi ed allora bisogna aspettare l’elemosina dei privati , lasciargli fare quello che vogliono e strappare un patetico giardinetto, un’auletta, un piccolo spazio per la…partecipazione.

 

Questo è il tempo, questo è lo spazio che la governance cittadina ci riserva. Il Sindaco tace e il suo vice dice che vigilerà sulla questione urbanistica. Anche qui, magari ad un grazioso accordo di programma, si potrà strappare qualche alloggio in housing sociale in cambio del via libera alla voracità cementizia della proprietà?

 

SCUP è stato sgomberato e violato nella sua forma costruttiva perché aveva presentato e stava realizzando un progetto: costruire, creare spazi e tempi diversi da quelli della politica, dell’austerità, dell’alienazione urbana. Per questo lo sgombero è stato violento.

 

Per questo il loquace Sindaco Marino oggi tace. Dovrebbe dire davvero che chi disegna le trasformazioni della città non è lui. A lui spetta di ricevere le offerte di questa città ormai of-shore dove, l’urbanistica è diventata una cassetta per le offerte.

Offerte economiche da una parte; riduzione di ogni problema, a partire da quello dell’emergenza abitativa ad ordine pubblico dall’altro.

 

Marino e la sua Giunta vogliono promulgare una delibera che tenti di ridurre l’esperienza degli spazi sociali – sono nati a Roma, come in tante altre città, da oramai oltre vent’anni- a semplici realtà che potranno operare come associazioni culturali, sportive, ricreative, nella migliore delle ipotesi, rispondendo ad un bando che assegnerà loro i resti di quel patrimonio pubblico non consegnato al mercato.

Roma deve essere una terra desolata dove condannare chi l’abiterà al dover risolvere la propria vita all’interno di se stesso, a vedersi privato di tutto, a dover far cassa con la propria casa per assicurare quei servizi essenziali che ci vengono negati, giorno dopo giorno, a non riconoscerci eguali.

Una città pacificata dove c’è spazio solo per chi può consumare, per chi si piegherà all’indebitamento continuo, per chi non rivendicherà alcun diritto.

 

Debito, cemento e precarietà sono gli elementi dell’urbanistica romana. Per questo la giunta vuole mettere gli spazi sociali di fronte a: prendere o essere sgomberati. Così risponde a chi assimila gli spazi sociali a luoghi dell’illegalità più totale e parla solo di scontrini e degrado. Ma questo non ci interessa. Il nuovo SCUP nato a via della Stazione Tuscolana è la dimostrazione che gli spazi sociali non sono né questo, né quello, ma originali sperimentazioni di autogoverno dei territori, cresciute e trasformatesi nel tempo, proprio per la loro capacità di lettura della città, intesa come luogo della produzione e delle relazioni sociali.

 

Oggi sono sotto attacco da parte di chi governa dispoticamente e decide sulle nostre vite, proprio per il pericolo che rappresentano quando attuano il controllo dei territori, creano reti sociali, praticano solidarietà e favoriscono l’inclusione sociale. Lo fanno diventando un “soggetto sociale”, costruendo sapere collettivo, collegandosi ai tanti conflitti urbani.

 

Sono luoghi, è vero, dove si può praticare uno sport a prezzi sostenibili, ascoltare la musica e farla, seguire un corso di lingua, prendere un libro dalla biblioteca, seguire un incontro di filosofia o la presentazione di un libro… tante altre cose.

 

Non sono la supplenza del welfare pubblico, che non c’è più. Ridurli a questo ruolo è banalizzare un’esperienza che da anni, e oggi ancora di più, arricchisce i territori e elabora analisi molto acute sulla complessità dell’urbano in tutte le sue forme.

Per questo si vogliono far ritornare stanze. Per murare la loro capacità di andare oltre le proprie mura e guardare il cielo che sono stati capaci di tirare giù.

 

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