Ecuador| Cronache d’estrattivismo neocoloniale 1 agosto, 2014 | Redazione A Sud

biopolitica universitaria[di Horacio Machado Aráoz* su Rebelion]

 

Terrore a Intag | Cronache dell’estrattivismo neocoloniale contemporaneo

 

 

Dopo vari viaggi in Ecuador, mi trovo per la prima volta di persona nella zona di Intag. Negli ultimi decenni si è sentito spesso parlare delle sue montagne, dotate di una bellezza che emoziona e di un’esuberante rigogliosità.Intorno al 2005, quando stavo iniziando le ricerche per la mia tesi di dottorato, ne sentii parlare anch’io. Sono venuto a conoscenza in quel momento di uno dei primi e più forti conflitti provocati da quella nuova ondata di febbre di minerali, scoppiata nell’ultimo decennio del secolo passato in America Latina.

 

 

La lotta delle comunità rurali di Intag, prima nel 1997 contro la Bishi Metals, impresa mineraria giapponese legata alla holding Mitsubishi Corporation, e successivamente nel 2002 contro la canadese Ascendent Copper Co., sarebbe stata non solo una delle pionere, ma anche una tra le più emblematiche portate avanti per la difesa dei sistemi di vita locali, minacciati dalle crescenti pretese dell’industria estrattiva. Molte altre resistenze contro megaprogetti minerari nella regione si sarebbero ispirate, in un secondo momento, al coraggio di queste comunità nell’affrontare e alla fine espellere queste grandi multinazionali, che già in quegli anni avevano mostrato tutto l’arsenale di violenze diversificate che le continua a caratterizzare: donazioni e persecuzioni, bustarelle ai dirigenti locali e politici, aggressive campagne mediatiche, con promesse di “sviluppo” e “nuovi posti di lavoro”, e persino le minacce e le pallottole della forze paramilitari… Niente di tutto questo ha potuto spezzare all’epoca la ferrea convinzione di queste comunità: per loro era chiaro che nessuna promessa di “sviluppo” e di “opportunità di arricchimento” era minimamente paragonabile alle ricchezze, alle bellezze e al benessere di cui già godevano e che perseguivano con il loro stile di vita. Prima che si trasformasse in un potente concetto politico, diffuso in lungo e in largo in tutta la nostra America; prima che la cartografia degli immaginari politici fosse scossa dallo sviluppo di un nuovo orizzonte emancipatorio, sintetizzato nell’espressione quechua Sumaj Kawsay; prima di tutto ciò, le comunità di Intag già sapevano che cosa fosse il Buen Vivir. Loro vivono, praticano, perseguono e si dedicano al Buen Vivir. Già da allora, sanno che il Buen Vivir nasce e dipende dalle loro montagne; hanno imparato, quindi, molto bene che lo “sviluppo” è la principale minaccia, l’arma più potente che, oggi come oggi, si oppone al Buen Vivir

 

 

Mi trovo per la prima volta in questa zona politicamente complessa della nostra America, che è Intag. Mi trovo nel bel mezzo di una riunione degli abitanti di diverse località e villaggi che sono arrivati – non con facilità – alla sede della cooperativa di allevatori di Chalguayacu Alto. Più che per gli ostacoli naturali della zona montuosa, hanno avuto problemi ad arrivare a causa dei “filtri” che i corpi della polizia nazionale hanno creato nelle strade, per controllare e impedire, a seconda dei casi, il transito degli abitanti all’interno del loro stesso territorio… Vedo volti afflitti dalla desolazione; le voci sono tremule, come spente, alcune sono soffocate dal dolore e dallo sconforto, altre cercano di contenere tanta rabbia e indignazione… Un uomo racconta della disperazione della moglie di Javier Ramirez Piedra, presidente eletto dalla comunità di Junín, detenuto in condizioni (a dir poco) irregolari dal 10 aprile 2014, con l’accusa di “ribellione, sabotaggio e terrorismo”; quella che si riteneva una misura intimidatoria estrema ma di breve durata, sta ormai andando per le lunghe: più di tre mesi di detenzione, il tutto sommato ad arbitrarietà giudiziarie, una dopo l’altra… Una donna parla dell’angoscia che tormenta la figlia adolescente: “Nidia”, di 13 anni, soffre da settimane di disturbi del sonno e digestivi e di insonnia; di notte si sveglia singhiozzando e di giorno ha continuamente nausea e vomito… Non vuole andare a scuola e ha paura ad attraversare le stesse vie del paese in cui è nata, adesso percorse ed occupate da numerosi poliziotti, in divisa, in abiti civili, persino a torso nudo. Stanno lì, esibendo la “presenza dello Stato”, facendo sapere che adesso sono controllati e vigilati, che sentono e vedono tutto, che loro sono la forza, la ragione e la legge. Alcuni si sono accampati nelle scuole, mentre altri “affittano” posti letto nelle case degli abitanti per 10 dollari a notte, per dare un’idea della prosperità che porterà la miniera… Ormai le prime esplosioni sono scoppiate, non ancora sulle montagne, ma nel tessuto sociale della comunità. Il denaro offerto è più acido del drenaggio della miniera: mina i legami e le relazioni, producendo fratture praticamente irreversibili. Perché accettare l’elemosina statale; perché opporsi a quello che sembra “inevitabile”; lasciarsi vincere e tradire la comunità; rendersi conto in tempo e “approfittare di quel che è possibile”: le accuse incrociate attraversano questi territori caratterizzati da una storica solidarietà… E in queste prime crepe penetra il potere di fuoco dell’avidità dell’industria estrattiva in erba…

 

 

Chi avrebbe pensato solo pochi anni fa che il governo nato e modellato sulla base dello spirito rivoluzionario del processo costituente, che non riguarda solo l’Ecuador, o la Nostra America, ma tutta l’umanità, rappresentato dalla Costituzione di Montecristi (2008); chi avrebbe mai immaginato che questo stesso governo avrebbe finito per perseguire, accusare, criminalizzare e reprimere i difensori dei Diritti della Natura. E ancora, un governo che esercita il potere in nome di una presunta “rivoluzione cittadina” e che ora accusa di terrorismo semplici contadine/i, coltivatori di caffè, agricoltori, allevatori di mucche, raccoglitori di frutta, abitanti di fiumi e boschi, soltanto perché vogliono continuare a mantenere e proteggere i propri stili di vita, la salute e la vitalità dei loro territori; solo perché non vogliono saperne di una miniera che non ha niente a che vedere con loro, con i modi di produrre e di vivere nelle loro montagne; perché la tecnologia appartiene ad estranei, come estranei sono i motivi e i fini dello sfruttamento; perché il rame è desiderato da altri e per altri; perché le strade e le infrastrutture serviranno all’impresa… Perché niente di ciò che viene offerto potrà compensare le perdite… E fare la volontà di un estraneo nel proprio territorio produce estraniazione e alienazione ecobiopolitica.

 

 

Le comunità di Intag lo sanno e per questo si oppongono. Quest’opposizione li ha trasformati in nemici dichiarati della “causa nazionale”, la nuova ondata liberista che soffia ora nei discorsi magniloquenti della “rivoluzione cittadina”. Strana rivoluzione, che assomiglia così tanto alle forme e ai modi di una dittatura; strano appello alla “cittadinanza”, quando vengono perseguitati e messi sotto processo quei cittadini che scendono in piazza per esprimere la propria volontà; quando le stesse autorità elette vengono accusate di “terrorismo” perché cercano di rispettare il contratto politico con i loro elettori… Javier Ramirez Piedra è, nella descrizione dei suoi concittadini, “un agricoltore onorato, pacifico e solidale”, impegnato da sempre nella difesa di questa parte della Cordillera de Toisán che oggi è la sua casa. È stato eletto presidente della comunità di Junín proprio per le sue riconosciute doti di onestà e impegno. Nel rispetto del suo “mandato elettorale” ha partecipato e appoggiato le manifestazioni popolari contro l’entrata nella zona della ENAMI, l’impresa nazionale per le attività minerarie. Quest’ente è stato creato da Rafael Correa, per insinuarsi nella regione con il progetto Llurimagua, per l’estrazione del rame su un territorio di quasi 5.000 ettari: in alleanza con la multinazionale cilena CODELCO, oneroso lascito della dittatura di Pinochet, tenta ora di “rivestire” di una presunta “nazionalità” uno sfruttamento che per le sue caratteristiche, le condizioni, le modalità e gli obiettivi è, ineludibilmente (neo)coloniale più che transnazionale.

 

 

Javier Ramirez è accusato di “ribellione, sabotaggio e terrorismo”, presumibilmente per aver partecipato ad una manifestazione di cittadini che hanno cercato di impedire che gli agenti della ENAMI iniziassero una nuova esplorazione della zona. Dal 10 aprile si trova ancora oggi in carcere. L’8 maggio di quest’anno, impiegati dell’ENAMI sono entrati con la forza nella zona di Intag, scortati da un corpo di 250 poliziotti e forze speciali antisommossa, con più di 30 veicoli di polizia e accompagnati dal governatore di Imbabura. Nel suo account di Twitter la ENAMI ha pubblicato la “notizia” con un laconico e cinico commento: “Un ingresso pacifico e con l’appoggio della comunità nella zona di Llurimagua. Un progetto di estrazione mineraria responsabile”… Ancora peggio, questi poliziotti sono entrati senza l’intenzione di uscirne: hanno letteralmente occupato Junín e dintorni. Controllano e amministrano come gli pare e piace non solo l’ingresso di “esterni e forestieri” nella regione, ma anche gli spostamenti degli stessi abitanti tra un paese e l’altro. Il 14 giugno passato, il giorno prima del mio arrivo nella zona, le comunità della regione hanno deciso di riunirsi a Cotacachi e di dar vita ad una marcia di solidarietà con Junín e il suo presidente incarcerato, per difendere Intag. Più di 400 persone si sono raccolte nella piazza. I propositi del sindaco di Cotacachi, dei consiglieri e dei funzionari municipali, dei cittadini delle località limitrofe, sono stati invece frustrati a causa del blocco imposto dalla Polizia Nazionale come misura di sicurezza presa dall’“Operativo Nazionale Intag”, su ordine diretto del Ministero degli Interni, secondo quanto hanno sostenuto… Quel sabato 14 giugno la prepotenza dello Stato, esercitata attraverso il discorso legittimatore della “rivoluzione cittadina”, ha annullato tutte le aspirazioni minime di cittadinanza, assumendo le forme e i gesti della più rozza dittatura. Quel giorno è stato chiaro che Intag da aprile si trova  di fatto in stato d’assedio.

 

 

Sono arrivato a Intag il giorno dopo questa sovrana violazione della volontà popolare. Domenica 15 giugno era un giorno speciale per tutto l’Ecuador: non solo si festeggiava il giorno del papà, ma anche debuttava la nazionale di calcio nel mondiale contro la Svizzera. Mentre in tutto il paese si viveva un clima di festa, nella zona di Intag predominava un’atmosfera di terrore. Un terrore riferito non solo ad uno stato fisiologico che s’impossessa dei corpi, ma anche a uno stato sociale dove le attività e le relazioni si trovano sotto il dominio della paura e dell’angoscia. Questo era ciò che vedevo e che percepivo in ogni volto e in ogni parola che scambiavo con gli abitanti della zona. L’impresa mineraria, la ENAMI, com’è nella prassi delle sue politiche di creazione del “consenso”, ha organizzato una festa per i padri, ma sono stati ben pochi quelli a festeggiare. Le strade erano attraversate dal silenzio e dalla vigile sorveglianza di pattuglie di polizia e agenti a piedi. La gente, nella riunione convocata per parlare della mancata marcia del giorno prima, parlava sottovoce guardando il pavimento… La paura si percepiva nel silenzio e nei gesti. Il processo di “socializzazione” dell’attività mineraria è già iniziato; il clima di angoscia e di terrore è uno dei suoi primi effetti/risultati.  Quello che non sono riuscite ad ottenere anni fa le grandi imprese straniere, sembrerebbe fattibile oggi sotto l’apparenza di una “impresa nazionale”, promossa inoltre dal potere di un governo che proclama la fine della lunga notte neoliberale e di governare in nome del “socialismo del XXI secolo” e della “rivoluzione cittadina”. .. Strana situazione, nella quale le nuove amministrazioni progressiste e/o di sinistra si trovano a portare avanti l’agenda e i piani di governo che i “neoliberali”, a suo tempo, non hanno potuto realizzare e completare… Strana situazione, in cui le popolazioni, che agiscono a difesa dei principi della Costituzione di Montecristi, i difensori dei Diritti della Madre Terra, sono adesso perseguitate e accusate di “terrorismo”; dove i “terroristi” vivono letteralmente terrorizzati a causa delle violazioni perpetrate dallo Stato… Si tratta dell’equazione della governance neocoloniale dell’estrattivismo: lo sviluppo del settore minerario, fin dai suoi primi passi, nella fase dell’“esplorazione”, non può avanzare se non grazie alla creazione e realizzazione di uno stato sociale e corporale di terrore… Intag oggi si trova sotto questo regime. Il terrorismo estrattivista – che sembrerebbe ancor più pericoloso sotto le vesti del “progressismo liberista” – sta asfissiando le speranze e i semi del Buen Vivir che sono custodite lì tra le montagne di Toisán. Questa regione che fu pioniera ed emblema della lotta per il Buen Vivir, all’avanguardia nella difesa dei diritti della Pachamama e un esempio per tante altre lotte simili nella nostra America, vive oggi sotto una minaccia costante, assediata, in stato di emergenza… Ha bisogno della nostra attenzione, del nostro cuore, del nostro vigile impegno e sostegno… Lì, a Intag, si sta ingaggiando una battaglia chiave per la rivoluzione civilizzatrice del Buen Vivir.

 

 

 

*Horacio Machado Aráoz, Ricercatore del Conicet, Argentina

 

 

Rebellión ha pubblicato questo articolo con il permesso dell’autore mediante una licenza di Creative Commons, rispettando la sua libertà di pubblicarlo in altre fonti di informazione [clicca qui per vedere il testo originale]

 

 

 

Traduzione a cura di Barbara Tellini per A Sud Onlus

 

 

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