Ecoprofughi in fuga dalle isole per cambiamenti climatici 3 gennaio, 2015 | Redazione A Sud

profughi2[di Maurizio Torretti  su Terranews]

 

 

Eco-profughi | Sono luoghi dove i cambiamenti climatici sono realtà. E hanno già prodotto devastanti conseguenze. Con popolazioni intere costrette a lasciare i luoghi dove sono nate. 

 

 
Piccoli puntini nell’Oceano Pacifico stanno scomparendo dalle carte geografiche. Alcuni luoghi che tanto hanno affascinato gli occidentali, si stanno trasformando in aree di sfollamento di rifugiati ambientali. La causa è il cambiamento climatico.   Tuvalu, ex-isole Ellice, è uno di questi. Incontaminata, di grande bellezza naturale, è una tra le nazioni più piccole del mondo, appena 26 kmq, meno della nostra isola di Salina. Le Fiji, la terra più vicina, sono a poco più di mille km da qui. Uno Stato minuscolo, nel Pacifico occidentale, composto da nove fra atolli e isole coralline a bassa altitudine e dagli esotici nomi polinesiani: Funafuti, Nanumea, Niu, Nukufetau, Nukulaelae, Vaitupu, Nanumango, Niulakita, Niutao.

 

 
Geograficamente isolata, Tuvalu è tristemente famosa per essere diventata un’area ad altissimo rischio, infatti, con una massima altitudine di soli 4.5 metri sul livello del mare, seconda solo alle Maldive, questo paradiso tropicale rischia seriamente di essere sommerso dall’oceano. A peggiorare le cose c’è la king tide, una marea eccezionalmente alta che si verifica fra gennaio e marzo (da qualche anno anche fra ottobre e dicembre) le cui ampie inondazioni possono avere effetti devastanti per queste minuscole isole appena sospese a pochi metri sul livello del mare.

 

 
Negli ultimi dieci anni, in virtù dei precari equilibri ambientali dell’arcipelago, il governo di Tuvalu ha più volte lanciato il suo grido d’allarme nelle varie sedi internazionali chiedendo ai Paesi industrializzati e a quelli in via di sviluppo di ridurre la concentrazione di gas serra per fermare l’innalzamento delle temperature globali. Tempeste e uragani sono diventati frequenti, le barriere coralline subiscono danni irreversibili, è aumentato il livello di salinità che danneggia raccolti e riserve di acqua potabile, le spiagge si ritirano e l’economia locale è sempre più dipendente dagli aiuti stranieri. Resta vivo nella memoria l’accorato appello di Ieiemia Apisai, ex-premier di Tuvalu, che al vertice di Copenaghen sul clima dichiarò con parole dure e senza mezzi termini che la sopravvivenza del suo popolo è appesa ad un filo, e che senza un cambiamento di rotta da parte di tutti, il suo paese è destinato a scomparire.

 

Come è già accaduto nelle Kiribati, uno dei più vasti arcipelaghi fra le Hawaii e Tahiti, molti Tuvaluans hanno iniziato ad abbandonare la loro terra per trasferirsi su isole più sicure, altri hanno chiesto accoglienza alla Nuova Zelanda e all’Australia come “rifugiati ambientali”, un riconoscimento giuridico che non è contemplato dalla Convenzione di Ginevra del ’51 né dal Protocollo supplementare del 1967, e non ancora definito a livello internazionale. A tutt’oggi è impossibile stabilire chi e quanti siano i rifugiati ambientali nel mondo. Tuttavia, nel suo libro “ Ecoprofughi”, Valerio Calzolaio ricorda che «il governo della Nuova Zelanda ha concertato un programma immigratorio (75 immigrati delle isole di Tuvalu) riconoscendo i profughi climatici “di diritto” anche di Kiribati, Tonga, Fiji ».  Purtroppo, non ogni cittadino potrà andarsene poiché peseranno nella selezione età, disponibilità lavorative, conoscenze linguistiche, ecc.

 

 

Se le isole Tuvalu si trovano in una situazione di grande vulnerabilità e i suoi abitanti sono stati dichiarati potenziali profughi ambientali, da due anni le isole Carteret, un gruppo di atolli situati al largo della Papua Nuova Guinea, sono state completamente abbandonate e la sua popolazione, circa duemila persone, trasferita temporaneamente nell’isola autonoma di Bougainville, cinquanta miglia più a sud, una terra che a sua volta deve fare i conti con una situazione economica minata da una sanguinosa guerra civile conclusasi nel 2005, causata anche da problemi ambientali connessi all’intenso sfruttamento delle sue miniere di rame. Nel corso degli anni, incalzati dal progressivo innalzamento del livello del mare e decisi di restare a tutti i costi, gli abitanti delle Carteret hanno tentato di fermare l’oceano con alte barriere protettive fatte di pietre e mangrovie, ma è servito a ben poco. Suo malgrado, questa coraggiosa e sfortunata comunità detiene oggi un primato di cui farebbe volentieri a meno: quello di essere i primi ecoprofughi “ufficiali” del mondo. Per loro, parlare di cambiamenti climatici o di innalzamento del livello del mare non è più un concetto astratto ma la dura realtà.

 

 

Uno scenario, quello delle Carteret, quasi apocalittico: spiagge erose dall’oceano, alberi e palmizi abbattuti dalla furia degli elementi, case e villaggi invasi e distrutti dalle maree. Alcuni scienziati prevedono che nell’arco di due/tre anni saranno completamente sommerse. Nel 2009 Dan Box, reporter ambientalista inglese, aiutato da Ursula Rakova, attivista e responsabile di Tulele Peisa, una Ong locale che si batte per i diritti degli isolani delle Carteret, ha seguito e documentato ogni fase del triste e sfortunato esodo. Attraverso il suo blog, Journey to the Sinking Lands, Box ha fatto conoscere al mondo il dramma degli isolani. I suoi articoli sono apparsi sul sito di The Ecologist e sui maggiori quotidiani del mondo. Al ritorno dal Pacifico ha tenuto una serie di lezioni sul global warming e sull’esperienza alle Carteret per conto della Royal Geographical Society, spiegando le conseguenze catastrofiche che i cambiamenti climatici stanno avendo e avranno nel prossimo futuro.

 

 

L’esperienza drammatica e straziante dei profughi delle Carteret è stata descritta senza retorica anche dal bellissimo documentario Sun Come Up, della giornalista e regista statunitense Jennifer Redfearn, nominato all’Oscar dall’Academy Award. Un altro film, There Once Was An Island, della regista Briar March, ha affrontato quello che è il maggior problema ambientale del terzo millennio, descrivendo la storia degli abitanti dell’atollo di Takuu, a nord-est di Papua Nuova Guinea, costretti, a causa dell’improvviso innalzamento del livello del mare, ad abbandonare lo spicchio di Eden in cui vivono. Confusi e sbigottiti, ma soprattutto soli e senza soluzioni, gli isolani di Takuu hanno iniziato a lasciare l’isola consapevoli che tra dieci anni al massimo il gruppo delle Takuu scomparirà per sempre. La questione del global warming e dei profughi ambientali è oggetto di molte discussioni teoriche, nonostante scienziati e ambientalisti sollecitino soluzioni urgenti. Nel constatare tanta indifferenza da parte della comunità internazionale e la sottovalutazione di un problema non soltanto ambientale ma anche sociale, i quaranta paesi insulari del Pacifico e dell’Oceano Indiano riunitisi nella AOSIS (Alliance of Small Island States) continuano ad esercitare pressioni sui Paesi industrializzati responsabili del degrado ambientale e a chiedere all’Onu e alle organizzazioni internazionali di intervenire prima che sia troppo tardi.

 

 
*Articolo pubblicato su terranews.it, 9 agosto 2011

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