Discarica Vergine, L’affare Da Riaprire

Discarica Vergine, l’affare da riaprire

image-7[di Gaetano De Monte  Su Corriereditaranto.it] Se volete la rimozione del percolato e la messa in sicurezza dell’impianto, l’unica soluzione è che la discarica dovrà riaprire. Sarebbe questa la linea politica scelta da una parte delle istituzioni locali tarantine per la risoluzione delle problematiche connesse alle discariche per rifiuti speciali non pericolosi gestite dalla società Vergine Srl, una delle quali sequestrata due anni fa dai carabinieri del Noe di Lecce, e tutte due in estremo abbandono.

 

In particolare, l‘ente Provincia di Taranto si era fatto portavoce, lo scorso 17 dicembre, di una proposta di deliberazione (poi ritirata per le proteste in aula dell’associazione Attiva Lizzano) che parlava in tal senso. Nel provvedimento firmato dal dirigente del settore (ecologia e ambiente) l’ingegner Martino DiLonardo, dopo aver ammesso che “per le discariche Palombara e Mennole questo ente non dispone di alcuna garanzia finanziaria, sebbene quest’ultima sia condizione necessaria per il rilascio dell’autorizzazione all’esercizio di una discarica”; c’è un passaggio, contenuto nel corpo della deliberazione, in cui è lo stesso ente a dare notizia di un cambio di proprietà dell’impianto: “con nota del 01/06/2015 il signor Paolo Ciervo, in qualità di liquidatore / titolare della Società Vergine srl comunicava la variazione della titolarità della gestione dell’impianto (già autorizzato con Aia di cui alla determina n.384 del 2008) a favore della subentrante Lutum Srl di Massafra”. Un “normale” atto di compravendita di una discarica sequestrata, si dirà. Una semplice scrittura privata, con cui lo scorso 20 marzo la società massafrese (cosiddetta cessionario) ha acquisito “la disponibilità dell’area su cui insiste l’impianto”. Non soltanto. “Poiché l’autorizzazione oggetto di trasferimento è stata revocata con determina n.440 del 01/04/2015, il cessionario è disponibile a produrre in favore della provincia di Taranto le predette garanzie finanziarie per la prosecuzione dell’attività di discarica, così si legge nel carteggio intervenuto tra l’azienda Lutum srl, “società controllata” dalla C.i.s.a dell’imprenditore Antonio Albanese – come risulta dai dati resi disponibili dalla Camera di Commercio di Taranto – e il dirigente del settore ecologia della Provincia Martino DiLonardo”.

 

In sostanza, dalle “carte” traspare che da ambedue le parti si conviene di annullare il provvedimento con cui è stata disposta nello scorso aprile la revoca dell’Aia, autorizzazione ora oggetto di volturazione, cioè di passaggio di titolarità dell’impresa. Se ne ha conferma, di tale volontà, leggendo all’ultima pagina della proposta di deliberazione, laddove si dichiara espressamente che “la revoca della determinazione n.440 del 2015 è finalizzata all’accoglimento dell’istanza di volturazione della gestione delle discariche a favore della società Lutum srl, subordinatamente al rispetto, da parte della società subentrante, degli obblighi e prescrizioni di cui alle vigenti normative in materia ambientale, nonché di quelli contenuti nell’originaria autorizzazione”. L’ente locale ha motivato il provvedimento in questione con la necessità di “non poter far fronte all’attuale stato di abbandono in cui le stesse discariche versano e alle connesse ripercussioni che già vivono le popolazioni circostanti”.

 

Dunque, a quasi due anni di distanza da quel 10 febbraio 2014, quando i carabinieri del Noe di Lecce guidati dal maggiore Nicola Candido sequestrarono l’intero impianto di contrada Palombara, dando esecuzione, così, al decreto richiesto da pm Lanfranco Marazia ed emesso dal gip del Tribunale di Taranto, Valeria Ingenito perché “il grido di allarme da parte di un’intera comunità cittadina, divenuto sempre più pressante, rendono di per sé necessario ed urgente un intervento che impedisca il protrarsi degli effetti di un illecito che appare ben lontano da ritenersi superato, o anche solo attenuato per effetto delle dotazioni infrastrutturali recentemente installate”, la Provincia di Taranto, pochi giorni fa, dichiarando prioritaria e di interesse pubblico la soluzione del problema ambientale connesso alle discariche su citate, adducendo la sussistenza di sopravvenuti motivi di pubblico interesse, ha provato a far riaprire l’impianto, revocando il provvedimento di ritiro dell’autorizzazione integrata ambientale alla Vergine Srl, già predisposto dallo stesso settore, lo scorso primo aprile. Ma la storia non finisce qui. Già, perché ad esempio il dirigente firmatario della proposta, l’ingegner Dilonardo, è finito soltanto qualche mese fa nella bufera mediatica sempre per questioni di monnezza. E ora potrebbe finirci nuovamente, nel ciclone, perlomeno quello mediatico. In virtù del fatto che il figlio dell’ingegner Dilonardo – come anticipato a suo tempo dal Nuovo Quotidiano di Puglia – risulta essere socio in una società immobiliare con l’imprenditore Antonio Albanese, alla cui holding la stessa Lutum srl appartiene. Amministratore unico della Lutum è Nicola Lacalaprice, già dirigente della Cogeam, un consorzio di imprese di cui la stessa Cisa fa parte – insieme a Lombardi Ecologia e al gruppo Marcegaglia – per gestire la discarica di Conversano. Sia chiaro: soltanto motivi di opportunità politica potrebbero consigliare il dirigente ad astenersi ogni qualvolta sia in ballo un provvedimento che riguardi le società di Antonio Albanese. O meglio, forse il presidente della Provincia di Taranto e Sindaco di Massafra, Martino Tamburrano, non avrebbe dovuto nominarlo responsabile del settore ecologia. Ma c’è di più: la Lutum Srl sembra essere una scatola vuota (come la Vergine Srl, del resto) non ha dipendenti e risulta inattiva dal 2012.

 

Risalgono a quell’anno gli ultimi bilanci disponibili, tendenzialmente in perdita. Una società che ha un capitale sociale di appena quindicimila euro, come potrebbe presentare le garanzie finanziarie a favore della Provincia per la prosecuzione delle attività delle discariche “Palombara” e “Mennole”, per le procedure di chiusura, post – chiusura, “nonchè di ogni prescrizione rilevabile dall’autorizzazione”; questo resta un mistero. È chiaro, invece, il giro d’affari che la riapertura de La Vergine in contrada Palombara muoverebbe. Secondo quanto dichiarato dal consigliere comunale di Lizzano (il comune più esposto ai miasmi e ai veleni delle discariche) Valerio Morelli, una torta che si aggirerebbe intorno ai centocinquantamilioni di euro. Perché l’impianto sarebbe ancora in grado di ospitare oltre un milione e cinquecentomila metri cubi di rifiuti. A conti fatti – prendendo in esame i dati dei rifiuti speciali non pericolosi smaltiti presso la discarica sita in contrada Palombara, nel solo 2012 – ultimo anno integrale di esercizio, se ne può avere un’ idea. Centosessantadue milioni di tonnellate annue è il ritmo di conferimento, stando ai numeri riportati all’interno del modello unico dichiarazione ambientale – Mud – reso disponibile dalla Camera di Commercio. Per dare un’idea: ventitremila tonnellate soltanto di ceneri pesanti, scorie da acciaieria e polveri. Moltiplicate per circa cento euro a tonnellata, cioè il costo dei rifiuto, e avrete il prezzo, di quello che appare un massacro “necessario”. Perché intanto – come racconta l’esito di un sopralluogo nell’area da parte dei Carabinieri del Noe – in data 08/04/2015 “è stato rilevato all’interno del bacino della discarica una massiccia presenza di liquido verosimilmente riconducibile a percolato, in una misura pari a circa 5000 tonnellate”. Non solo.

 

L’ultimo sopralluogo presso la discarica Palombara veniva effettuato, previa autorizzazione della Procura di Repubblica, l’11 novembre del 2015, e vedeva la partecipazione del Presidente della Provincia, del dirigente e dei funzionari del Settore Ecologia, di due rappresentanti della Polizia Provinciale, del Noe di Lecce, del rappresentante del Comune di Taranto (non è dato sapere chi fosse) del Sindaco del Comune di Lizzano, insieme al Vice – Sindaco dello stesso Comune e a due consiglieri di minoranza (non si sa a quale titolo) e del Sindaco del Comune di Fragagnano. Forse è stato durante “questa ricognizione dei luoghi” che è maturata, in una parte delle istituzioni locali, l’idea di far riaprire la discarica. Perché di questo si tratta. L’Arpa Puglia, invece, a quel sopralluogo non ha partecipato. Comunicando di aver svolto svariati interventi presso l’impianto, rilevando a partire dal febbraio 2013 (cioè un anno prima del sequestro) situazioni di criticità nella gestione della discarica “che ha già informato di tanto le Amministrazioni interessate, essendo già accertata la situazione di non idonea gestione del sito da parte della Vergine srl e quella di abbandono in cui il sito versa attualmente”. È indifferibile – conclude l’Arpa – l’adozione dei provvedimenti previsti dalla vigente normativa per la tutela della salute della popolazione. E proprio dello stato di salute dei cittadini che vivono a ridosso delle discariche in questione, “il partito dei rifiuti” che governa il territorio provinciale, ne è a conoscenza?

 

Pubblicato da Gaetano De Monte  Su Corriereditaranto.it il 4 Gennaio 2016