Di amianto si muore. Due volte. Il caso SVOA di Vasto. 23 giugno, 2017 | Redazione A Sud

[di Nicholas Tomeo per A Sud] La Società Vastese Oli Alimentari S.p.A. (SVOA), azienda operante nel settore della raffinazione e commercializzazione di oli vegetali per uso alimentare attiva dal 1963 al 1993, anno dell’avvenuto fallimento – sebbene lo stabilimento è ancora attivo ma oggi di proprietà della Fox Petroli S.p.A., produttrice di biodisel – si trovava in località Porto di Punta Penna di Vasto, in Abruzzo, a poca distanza dalla riserva naturale di Punta Aderci.

 

Alle dipendenze dell’azienda, che trattava tutti i tipi di oli vegetali, lavoravano oltre quaranta persone tra impiegati e operai, e la produzione aziendale andava avanti quasi tutto l’anno, ad eccezione dei fermi produttivi per le ferie natalizie, pasquali ed estive durante le quali però lo stabilimento rimaneva aperto per portare a termine i lavori di pulizia e di manutenzione degli impianti.

 

I lavoratori della SVOA erano in continuo e costante contatto diretto con l’asbesto, infatti, non solo tutti i capannoni dell’azienda erano ricoperti di lastre di amianto, ma anche tutta l’impiantistica industriale constava di una componentistica che faceva un uso massiccio di amianto. Così, ad esempio, le guarnizioni, gli giunti accoppiati, gli scaricatori di condensa e tutto quant’altro era strettamente legato alla lavorazione degli oli, era composto da una considerevole parte di amianto. A tal proposito si può ricordare una circostanza che ha dell’incredibile: a causa delle elevate temperature presenti durante le fasi produttive, per proteggersi da eventuali ustioni e scottature, su richiesta dei lavoratori, i dirigenti aziendali avevano fornito agli operai dei guanti protettivi, anch’essi però composti di amianto. A ciò si aggiunga che le condizioni lavorative a cui i dipendenti SVOA erano sottoposti, erano notevolmente aggravate dalla dispersione nell’aria delle fibre di amianto le quali venivano inspirate da tutti gli operai all’interno dell’azienda.

 

La questione giudiziaria degli ex lavoratori SVOA inizia il suo percorso quando Franco Cucinieri, chimico industriale che per oltre quindici anni ha prestato servizio alle dipendenze dell’azienda, viene a conoscenza, nel 2002, del decesso di un ex dipendente SVOA.

 

Su invito di altri lavoratori Franco Cucinieri decide di contattare la moglie dell’operaio – deceduto per una malattia che in seguito verrà riconosciuta come asbesto-correlata così come confermato dal certificato necroscopico rilasciato dalla ASL – e capisce subito che la causa del decesso era da ritrovarsi nel lavoro svolto all’interno della fabbrica.

 

Così, nel 2003, si costituisce così il Coordinamento Esposti all’Amianto di Vasto, il quale presenta un esposto in Procura per denunciare le loro condizioni di lavoro nello stabilimento, e la correlazione di due decessi e altre malattie contratte da altri lavoratori per la prolungata esposizione all’amianto.

 

Inizialmente la difesa dei lavoratori SVOA era stata affidata alla Camera del Lavoro Territoriale della CGIL, ma dopo poco le è stato revocato in quanto il Coordinamento Esposti all’Amianto aveva iniziato a maturare delle forti perplessità sull’operato del sindacato tanto che il Coordinamento non esita a parlare di comportamenti antisindacali, di ostacoli creati da alcuni dirigenti del sindacato.

 

Fatto sta che la Procura apre le indagini a carico di tre ex dirigenti dello stabilimento dal 1980 al 1993 accusati di omicidio colposo per la morte di due operai impiegati nello stabilimento di Punta Penna.

 

Nel frattempo, nel 2006, la moglie dell’operaio deceduto nel 2002 per un carcinoma polmonare, ricorre al giudice del lavoro del Tribunale di Vasto chiedendo la condanna dell’INAIL per l’erogazione della rendita nei suoi confronti proprio perché la morte del marito era da addebitare al lavoro svolto per oltre ventidue anni all’interno della SVOA e nel 2007 il giudice condanna l’INAIL riconoscendo il nesso causale tra la malattia professionale dell’operaio e le condizioni lavorative. Sentenza poi confermata anche nel 2008 dalla Corte d’Appello di L’Aquila.

 

Se l’INAIL ha da subito adempiuto al pagamento della rendita ma, cosa certamente più importante, ha rilasciato il certificato di esposizione all’amianto per il lavoratore SVOA ammettendo così le proprie responsabilità, per quanto riguarda l’INPS la questione è molto differente. Nel 2004 si apre il procedimento nei confronti dell’Istituto di previdenza sociale per chiedere i dovuti adeguamenti pensionistici a vantaggio di tutti i lavoratori SVOA, e nel 2008 il Tribunale di Vasto condanna l’INPS ai riconoscimenti previdenziali nei confronti dei lavoratori. Nonostante l’immediata esecutività della sentenza, l’INPS non adempie ma, anzi, propone appello. Nel 2009, la Corte d’Appello di L’Aquila conferma la sentenza pronunciata in primo grado e, a seguito di quest’ultima pronuncia, l’INPS emette dei provvedimenti di accoglimento delle richieste di adeguamento pensionistico intanto inviate dai lavoratori SVOA. Ma non è tutto, il peggio forse deve ancora venire. L’INPS tenta il ricorso in Cassazione, e nel frattempo si scoprono altri casi di malattie professionali dei lavoratori SVOA e altri decessi; inoltre, il Tribunale penale di Vasto decide di archiviare il procedimento a carico degli imputati per avvenuta prescrizione del reato. Successivamente, la sezione lavoro della Corte di Cassazione, il 14 agosto del 2012, con sentenza n. 14492/12, ribalta i due giudizi precedenti e inaspettatamente dà ragione all’INPS.

 

Facendo forza sulla pronuncia della Cassazione, l’INPS revoca gli atti amministrativi con i quali aveva già emesso i dovuti pagamenti ai fini degli adeguamenti pensionistici, e inoltre invia numerosi decreti ingiuntivi chiedendo la restituzioni delle somme erogate, non solo nei confronti dei lavoratori SVOA che nel frattempo hanno anche contratto malattie professionali asbesto-correlate, ma anche ai famigliari di coloro i quali sono già deceduti per il lavoro svolto all’interno dello stabilimento. Così, ad oggi, ai lavoratori che per anni sono stati lasciati ammalare e morire, non solo viene negato il loro diritto a ricevere i dovuti adeguamenti pensionistici, ma rischiano anche di dovere restituire, oltre all’importo ricevuto, pure le maggiorazioni per le more che nel frattempo sono state calcolate, per importi che si aggirano tra i 20 e gli 80 mila euro.

 

Ma ciò che risulta estremamente pericoloso, sono le conseguenze che derivano da questa pronuncia della Cassazione. Innanzitutto va sottolineata la situazione di due lavoratori ai quali era stata riconosciuta una patologia asbesto-correlata e mandati in prepensionamento a seguito dell’invalidità da questa patologia emersa: infatti, se prima potevano godere delle prestazioni pensionistiche previste per questi casi, ora oltre a ritrovarsi senza queste ultime, non hanno neppure un’occupazione lavorativa. In aggiunta, non bisogna dimenticare la mancata applicazione della gratuita procedura di sorveglianza sanitaria programmata con il Centro Specialistico della ASL di Pescara: la sorveglianza sanitaria viene infatti garantita anche agli ex lavoratori che presentano patologie asbesto-correlate, ma con la sentenza della Corte di Cassazione, ai lavoratori della SVOA questa sorveglianza sanitaria non è più garantita, privandoli così di un fondamentale diritto alla salute. Va infatti evidenziato che a tutti i lavoratori della SVOA sono state diagnosticate patologie amianto-correlate diagnosticate da presidi ospedalieri diversi.

 

 

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