Comunità, comitati e cittadini 21 gennaio, 2015 | Redazione A Sud

conflict_mineral[di Marica Di Pierri e Salvatore Altiero, A Sud, su BioEcoGeo]

 

I custodi del territorio ai tempi della crisi democratica e del turbo capitalismo lottano contro il Biocidio 

 

Il nostro pianeta sta cambiando troppo velocemente e ciò comporta rischi enormi per gli ecosistemi e la salute degli esseri viventi, uomo in primis. Rischi ed allarmi cui non corrisponde, tanto a livello nazionale che internazionale, alcuna concreta volontà politica mirata a porre un freno alle pericolose interferenze delle attività umane sul sistema naturale.

 

 

Il riscaldamento globale, per il quale siamo vicini al punto di non ritorno, preoccupa la scienza ma non la politica. Lo sviluppo sregolato dell’economia industriale ha avuto e continua ad avere effetti devastanti in termini di contaminazione ambientale e impatti sanitari senza che una nuova politica industriale o un piano strategico per le bonifiche siano stati inseriti tra le priorità di governo.

 

 

Sono dinamiche diffuse a livello globale; accentuate – nei paesi in via di sviluppo – dalla debolezza delle legislazioni ambientali; nei paesi industrializzati, dal tentativo di fare della deregolamentazione ambientale (assieme all’erosione dei diritti dei lavoratori) un fattore di competitività economica. Il neoliberismo si esprime sempre più nella forma dell’accentramento dei profitti e della socializzazione dei costi, ambientali, sociali e sanitari, segno del fatto che ha sempre meno da redistribuire non solo in termini di ricchezza economica ma anche di benessere e accesso diffuso a risorse naturali comuni.

 

 

La dinamica è sempre la stessa, e comporta ovunque il sacrificio di parte della popolazione a elevati rischi sanitari correlati all’esposizione ad ambienti contaminati. In Italia, i risultati dello studio epidemiologico SENTIERI dell’Istituto Superiore di Sanità (svolto in 44 dei 57 Siti di Interesse Nazionale per le Bonifiche individuati) non solo evidenziano questa relazione, ma concludono che il 60% della popolazione residente in queste aree appartiene alle fasce più svantaggiate dal punto di vista socio-economico.

 

 

In questo scenario, un’efficace lente attraverso cui analizzare la realtà è fornita dal fenomeno, sempre più diffuso, dei conflitti ambientali, ovvero da tutti quei fronti di conflitto sociale, proteste e mobilitazioni nati attorno alla difesa del territorio da impianti, infrastrutture o progetti produttivi, estrattivi o di smaltimento impattanti per l’ambiente e la salute. I conflitti ambientali sono il sintomo locale di una crisi globale che va ben oltre il dato economico, ponendo l’accento sulla stretta connessione tra giustizia ambientale, sociale ed economica. L’analisi di questo tipo di conflitti concentra in sé due ordini di considerazioni. Da un lato, la loro diffusione è paradigmatica di un sistema economico la cui insostenibilità è conclamata. Dall’altro, il fenomeno sussume in sé il peso della crisi della democrazia rappresentativa, in cui gli eletti non rappresentano né difendono i diritti dei cittadini e gli enti democratici di prossimità, gli unici capaci di leggere le problematiche e le vocazioni del territorio, vengono progressivamente svuotati di potere. In Val di Susa come nella Terra dei Fuochi, a Taranto come a Brindisi o a Brescia, a Bussi, in Abruzzo, come a Porto Torres, a Gela come a Piombino, in Basilicata o a Casal Monferrato la cittadinanza rileva e denuncia anzitutto una mancanza: quella di strumenti di incidenza nelle decisioni che riguardano la gestione del territorio.

 

 

Facciamo alcuni esempi, partendo da lontano. Il 2 dicembre 1984, l’esplosione di una fabbrica di fitofarmaci della multinazionale Usa Union Carbide a Bhopal, India, provoca 3.000 vittime sul colpo e 15.000 in seguito come conseguenza dell’avvelenamento. Comprendendo i sopravvissuti, il numero degli intossicati è stimato tra 150.000 e 600.000. Quel disastro è stato letto come emblema di un fenomeno neocoloniale, una nuova forma di sfruttamento dei paesi occidentali ai danni di quelli in via di sviluppo attraverso il trasferimento di attività inquinanti e pericolose, accompagnato da politiche di saccheggio delle risorse naturali, il tutto facilitato dalla corruzione delle classi dirigenti dei paesi coinvolti.

 

 

Il modello energetico fossile è un emblema di questo meccanismo e non riguarda solo i sud del mondo. Oltre che devastazioni ambientali e cambiamenti climatici, l’estrazione dei combustibili fossili genera accumulazione di capitali in assenza di redistribuzione. Per fare solo un esempio, a Vado Ligure, la centrale a carbone della Tirreno Power è al centro delle indagini della procura di Savona per disastro ambientale. Nell’ordinanza di sequestro dell’impianto si parla di nesso causale tra fumi della centrale e eccesso di mortalità, 442 morti in eccesso tra il 2000 e il 2007. Se tale nesso fosse accertato in via giudiziale, il capo di imputazione sarebbe omicidio colposo.

 

 

Altro esempio emblematico, riguardante questa volta i rifiuti, è la trasformazione della Campania Felix in Terra dei fuochi attraverso il sistematico illecito smaltimento di rifiuti industriali e tossici facilitato da un complesso intreccio tra imprenditoria, criminalità organizzata, connivenza di organi dello Stato.

 

 

Sono fatti che dicono molto su quello che, applicando le stesse chiavi di lettura utilizzate per i paesi in via di sviluppo, può essere definito come un fenomeno di autocolonialismo: Campania, 2008, “A Terzigno portateci i rifiuti più puzzolenti tanto è gente da quarto mondo”, così Gianfranco Mascazzini, direttore generale del Ministero dell’ambiente durante l’emergenza rifiuti campana, in una intercettazione della procura di Napoli.  Le mobilitazioni campane, spesso criminalizzate, hanno segnato la protesta contro il saccheggio di un intero territorio, dicendo ad alta voce Stop al Biocidio, come hanno chiamato il sacrificio della propria salute a regole economiche tese a garantire solo profitti, e nessun diritto.

 

 

Ma non è solo la Terra dei Fuochi, è un paese dei fuochi, devastato da nord a sud e popolato da comunità sempre più spesso in prima linea in difesa del proprio territorio. E non è solo denuncia. Nella trama di queste battaglie in difesa dell’ambiente e della salute si possono cogliere risposte sulle quali la classe politica dovrebbe sintonizzarsi.

 

 

In questo senso, il ruolo propulsivo delle comunità locali e dell’attivazione sociale nel destino dei territori e delle risorse coinvolte in progetti impattanti oltre che nel disegno di proposte alternative è non solo centrale, ma essenziale.

 

 

Uno spunto attuale si trova nei contenuti del decreto Sblocca Italia, recentemente convertito in legge a colpi di fiducia nonostante una enorme opposizione sociale e degli enti locali. Lo “sviluppo” proposto dallo Sblocca Italia si compone di un mix di fonti fossili, grandi opere, cementificazioni, inceneritori, commissari straordinari che decidono sulle bonifiche. Persino Bankitalia ha denunciato che potrebbe favorire fenomeni di corruzione nella gestione degli appalti. L’ondata di proteste che attraversa il Paese contro il provvedimento coincide temporalmente con l’opposizione alla precarizzazione del mondo del lavoro contenuta nel Jobs Act. Si scende in piazza per il lavoro e al tempo stesso contro quel modello produttivo insostenibile ancora difeso come risposta al problema occupazionale. Oggi è possibile in Italia un’alleanza sociale tra i temi dell’ambiente e quelli del lavoro fondata la necessità di un nuovo modello economico che tuteli ambiente e occupazione, che sia capace di dare risposte complessive e integrate alle sfide ambientali, occupazionali ed economiche.

 

 

Se si leggesse il mondo a partire dagli spunti che arrivano dai territori, dai cittadini che li abitano, dalle loro voci, dalle loro proteste e dalle loro proposte, un governo illuminato orienterebbe le proprie politiche economiche ad altri principi, redistributivi e di giustizia ambientale. Conferma del fatto che le comunità sono oggi portatrici di risposte che la politica ha il dovere di cogliere.

 

 

 

 

*Articolo pubblicato su Bioecogeo, dicembre – gennaio 2015

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