Come nasce lo scandalo dei rifiuti a Roma, e a chi conviene 12 settembre, 2016 | Redazione A Sud

1[di Christian Raimo su internazionale.it] Quest’articolo parla di un’emergenza che forse è solo una questione annosa ma non irrisolvibile, di una politica che spesso fa proclami invece di accompagnare processi complessi, di un argomento per nulla semplice da capire come la gestione dei rifiuti su cui però è bene farsi una propria idea accurata perché ci coinvolge tutti, di una grande buca esistente fino a tre anni fa e che permetteva di fingere che tutti questi problemi non ci fossero.

 

1) C’era una volta la buca

 

Una volta io l’ho vista molto da vicino la discarica di Malagrotta. Era la primavera del 2003; mi misi a seguire un camion dalle parti dell’Aurelia, insieme a un mio amico entrai di straforo nel sito superando la vigilanza che sonnecchiava, e con l’auto mi addentrai in quello che sembrava un paesaggio marziano: enormi dune piatte giallognole composte di spazzatura e ricoperte di terra, illuminate da una grassa luce lunare. La puzza era letteralmente mortale.

 

Tra cartelli che dicevano “Pericolo non scendere dai veicoli”, i camion procedevano lenti ed ermetici come sabbipodi in Guerre stellari infilando bivi su bivi, lasciandosi ai lati terrapieni sempre più giganteschi. Era un labirinto senza indicazioni in mezzo a una landa che sembrava sconfinata: avevo chiuso oltre i finestrini anche i bocchettoni dell’auto, ma a un certo punto l’assedio di miasmi aggressivi era comunque penetrato dentro l’abitacolo fino praticamente a stordirmi, mi sentivo male da svenire, avevo le vertigini, e solo dopo almeno mezz’ora riuscii a fatica a riguadagnare l’entrata.

 

E lì ci trovammo davanti qualcosa a cui solo poco prima non avevo fatto caso. C’era uno slargo che si interrompeva su un burrone.

 

Questa fossa nella terra era la cava dove i camion senza interruzione si svuotavano della spazzatura raccolta. Era un abisso davvero mostruoso di cui a stento si riusciva a intuire il fondo. La Bibbia chiama l’inferno la Geenna – dal nome della buca dei rifiuti che era situata fuori Gerusalemme. Avevo visto l’inferno, e tornando verso Roma, all’alba, con i polmoni ancora oppressi, mi ricordo che ripresi a osservare la città in modo diverso come se solo adesso avessi scorto il peccato originale che occultamente si portava addosso.

 

I rifiuti, anche se non li vogliamo vedere, ci riguardano. Le questioni ambientali sono quella parte della politica che tocca più profondamente tutti noi; perché le nostre scelte avranno conseguenze per le generazioni successive, e in alcuni casi saranno permanenti, e irreversibili. L’avere sversato per decenni – precisamente dal 1974 al 2013 – i rifiuti di Roma nella buca di Malagrotta, la più grande d’Europa, non è solo un evento politico del passato.

 

Lo stato dell’aria, la potabilità dell’acqua, la filiera del cibo, lo smaltimento dei rifiuti: tutti noi respiriamo, beviamo, mangiamo, buttiamo le cose. Ma la questione dei rifiuti più di altre è un argomento pressante e complesso e – oltre a coinvolgere vari piani, uno industriale, uno sociale, uno ambientale – ci parla di qualcosa che è tolto dalla nostra vista, e di cui non fa piacere parlare. Che fine fa la roba che gettiamo via? Quanta di questa è veramente riciclata? E dove va a finire quella che non è riciclata? Ci lamentiamo perché le strade sono sporche o perché i cassonetti traboccano, ma in fondo speriamo che ci sia qualcuno che se ne occupi senza dovercene interessare troppo.

 

2) La cosiddetta emergenza rifiuti

 

Quest’anno, tra la metà di luglio e la prima settimana di agosto, come era prevedibile, a Roma si è ricominciato a parlare di “emergenza rifiuti”. La prima consistente grana per la nuova giunta dei cinquestelle si è incarnata nelle foto di topi in giro per le strade tra i turisti, cumuli di bustoni lasciati marcire al sole, e il rinnovarsi delle proteste dei cittadini di villa Spada che vivono accanto all’impianto di trattamento meccanico-biologico (tmb) e che dal 2011 devono sopportare una puzza atroce diventata ancora più pestilenziale dal maggio scorso.

 

I protagonisti di questo dramma estivo sono diversi, perché a decidere di rifiuti si deve essere in molti. I principali sono quattro: il comune di Roma, l’Azienda municipale ambiente (Ama spa), la regione Lazio, le aziende private.

 

Il comune gestisce la raccolta e il trattamento dei rifiuti, e nel caso di Roma ha un contratto di servizio (aggiornato al 2016-2018) con l’Ama, una società partecipata (cioè di proprietà pubblica); la regione pianifica e autorizza i siti dove va messa la spazzatura; le varie aziende private che possono intervenire in ciascuno dei diversi processi della filiera. Non in tutte le città italiane funziona così: per esempio a Milano l’Amsa, l’azienda che si occupa della raccolta, non è una municipalizzata … Continua a leggere su internazionale.it

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