Cambiamento climatico: è una nostra scelta 5 dicembre, 2018 | Redazione A Sud

[di Cecilia Erba per A Sud]

 

È appena iniziata l’ultima conferenza delle Nazioni Unite sul clima a Katowice, in Polonia, e gli auspici non sono dei migliori. Dal mancato accordo sulle linee guida per l’attuazione dell’Accordo di Parigi durante l’incontro preparatorio di settembre in Thailandia, alla dichiarazione del presidente polacco Duda che difende il carbone come fonte energetica strategica, il negazionismo del governo australiano che ha ripudiato l’ultimo rapporto dell’Ipcc (l’organismo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), fino all’iniziativa dell’amministrazione Trump che organizzerà un evento parallelo alla conferenza a favore dei combustibili fossili: poco fa sperare in una conclusione positiva dell’incontro e in un impegno forte da parte di tutti gli Stati per contrastare i cambiamenti climatici.

 

Eppure non mancano gli allarmi: ultimo in ordine di tempo quello dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, che avverte che la concentrazione media globale di anidride carbonica in atmosfera ha raggiunto nel 2017 il nuovo record di 405.4ppm, un aumento del 146% rispetto ai livelli preindustriali, mentre l’UNEP (l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’ambiente) ha messo in luce nel suo ultimo rapporto quanto gli impegni presi in occasione dell’Accordo di Parigi siano insufficienti, anche se fossero implementati in toto da tutte le nazioni (comprese quelle, come gli USA, che li hanno successivamente ripudiati). La traiettoria delle emissioni che risulterebbe dai contributi dichiarati dagli Stati verso l’Accordo di Parigi (cosiddetti INDC) porterebbe a un aumento delle temperature medie globali di più di 3˚C, ben oltre sia dell’obiettivo ideale degli 1.5˚C, sia di quello limite di 2˚C (e quel mezzo grado di differenza, come segnala l’ultimo rapporto IPCC, si traduce in impatti devastanti in termini di siccità, inondazioni, innalzamento del livello del mare, distruzione di biodiversità ed ecosistemi, e così via).

 

Non è la prima volta che l’UNEP manda un allarme simile agli Stati: è dal 2010 infatti che ogni anno l’organizzazione redige un rapporto sul cosiddetto gap delle emissioni, ovvero sul divario tra gli impegni nazionali per ridurre i livelli di gas serra e quanto sarebbe invece necessario per limitare il riscaldamento globale a 2 o 1.5˚C. Nel 2010 si era appena svolta la Conferenza di Copenaghen, che aveva messo in luce tutti i limiti della politica internazionale nel raggiungere un’intesa sul clima: l’accordo uscito dall’incontro infatti non è vincolante e si basa su contributi spontanei da parte degli Stati. Anno dopo anno, i dati messi nero su bianco dall’UNEP sono sempre più allarmanti: se nel 2010 gli impegni presi a Copenaghen già apparivano insufficienti ma c’era ottimismo sui futuri sviluppi politici, dai successivi rapporti emerge come le emissioni non hanno fatto altro che aumentare, il gap è diventato un “abisso” e le opzioni per raggiungere gli obiettivi sono andate sempre più diminuendo.

 

Se i primi rapporti chiedevano di adottare drastiche misure di mitigazione prima del 2020, mano a mano che è diventato chiaro che questo non sarebbe successo gli scenari sono stati rivisti. La colpevole mancanza d’azione da parte dei governi ci ha portato a un punto in cui sarebbero necessarie, per restare entro i limiti, riduzioni di emissioni a una velocità mai vista prima neanche in singoli Paesi (figuriamoci a livello mondiale!), nonché a ipotizzare il ricorso a metodi di rimozione dell’anidride carbonica dall’atmosfera che pongono molte criticità, dall’utilizzo intensivo di risorse ormai scarse come terra e acqua, all’assenza delle tecnologie necessarie non ancora sviluppate, fino alla mancanza di conoscenza sulle reali potenzialità e impatti di queste tecniche.

 

La situazione descritta dai rapporti dall’UNEP, così come nelle innumerevoli altre relazioni ed evidenze scientifiche che si susseguono giorno dopo giorno, è sempre più fosca: i cambiamenti climatici sono la sfida del nostro secolo, una sfida che stiamo perdendo. 

 

 

Le dichiarazioni contenute nei rapporti dell’UNEP sul gap delle emissioni, dal 2010 a oggi 

UNEP 2010: “Il rapporto sul gap delle emissioni rivela che è ancora possibile affrontare i cambiamenti climatici, con la giusta leadership. […] Gli impegni presi con gli Accordi di Copenhagen implicano un aumento delle temperature tra 2.5 e 5˚C entro la fine del secolo.” 

 

UNEP 2011: “Il tempo per contrastare il cambiamento climatico sta diminuendo velocemente, ma oggi più che mai esistono moltissime opzioni per agire in modo efficiente. Questo rapporto evidenzia un gap di emissioni che va affrontato con urgenza” 

 

UNEP 2012: “Questo terzo rapporto fornisce una preoccupante e deludente valutazione dell’abisso tra le ambizioni e la realtà rispetto al contenimento del riscaldamento globale entro i 2˚C” 

 

UNEP 2013: “La sfida che dobbiamo affrontare non è tecnica né di policy: è politica. L’attuale ritmo di azione è semplicemente insufficiente. Abbiamo a disposizione tecnologie per ridurre le emissioni a livelli in linea con l’obiettivo dei 2˚C e sappiamo come incentivarle. Tuttavia, la volontà politica resta debole” 

 

UNEP 2014: “La nostra analisi rivela un trend preoccupante e in peggioramento. Le continue emissioni di gas serra porteranno a un ulteriore riscaldamento del clima e peggioreranno gli effetti devastanti del cambiamento climatico. Fallire nella mitigazione dei cambiamenti climatici non significa solamente minare la prosperità di milioni di persone, soprattutto nel mondo in via di sviluppo: rischia di farci tornare indietro di decenni e di ostacolare la capacità dei Paesi di raggiungere obiettivi sociali fondamentali, come la riduzione della povertà o la crescita economica” 

 

UNEP 2015: “Gli INDC mostrano un significativo incremento delle ambizioni […] ma porterebbero comunque nel lungo termine a un aumento delle temperature e a seri impatti climatici, per cui sono necessarie azioni più forti” 

 

UNEP 2016: “Gli impatti del cambiamento del clima in atto sono evidenti a chiunque. Chi già si trova ad affrontare l’innalzamento del livello dei mari, la progressiva desertificazione e l’erosione costiera trae poco conforto dagli accordi per l’adozione di misure di mitigazione e adattamento finanziario nel futuro. Ha bisogno di azione adesso. […]  

Dobbiamo agire subito. Se non lo facciamo, rimpiangeremo la perdita di biodiversità e di risorse naturali. Ci pentiremo per le ricadute economiche. Soprattutto, ci affliggeremo per la tragedia umana evitabile. Il numero crescente di rifugiati climatici colpiti dalla fame, dalla povertà, dalle malattie e dai conflitti saranno memoria perenne del nostro fallimento. E nulla di tutto ciò sarà colpa del maltempo: sarà il risultato delle cattive scelte dei governi, del settore privato e dei cittadini. Perché si tratta di scegliere.” 

 

UNEP 2017: “Gli attuali impegni statali coprono appena un terzo delle riduzioni di emissioni necessarie, creando un gap pericoloso. […] La transizione tecnologica e degli investimenti può ridurre le emissioni e creare grandi opportunità sociali, economiche ed ambientali. […]  

Per capire l’alternativa, basta guardare all’uragano Harvey che ha sommerso 50.000 case in Texas con quasi 70 trilioni di litri di acqua in appena cinque giorni, o ascoltare Annie Smith spiegare cosa vuol dire partorire mentre l’acqua sale. Anche in un paese così ricco, Annie è sopravvissuta solo grazie alla catena umana di vicini e pompieri. E le 1200 persone in India, Nepal e Bangladesh che sono state meno fortunate quando l’alluvione ha colpito le loro case? […] Queste storie sono un terribile monito del fatto che non è possibile salvare ogni vittima, una alla volta, con nient’altro che compassione. 

 

UNEP 2018: “Il problema, come mostra la scienza, è che non stiamo effettuando la transizione con la velocità che sarebbe necessaria. Non è una cosa nuova, è praticamente la copia esatta di quanto già ci avevano detto l’anno scorso, e gli anni precedenti. […] 

Il messaggio è chiaro: dobbiamo effettuare un cambiamento quasi esistenziale, le soluzioni ci sono, non abbiamo scuse. […] 

Dalle supercelle nei Caraibi alle siccità nel Corno d’Africa, dai record di temperatura agli incendi, il nostro pianeta sta già cambiando.

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