Biocidio: soggetti e paradigmi sottotraccia in Europa 3 giugno, 2014 | Redazione A Sud

natura vs macchine - Copia[di Salvatore Altiero* su ecologiapolitica]

 

Rispetto alla stratificazione sociale di epoche passate fondate su diseguaglianze giuridiche o politiche, l’odierna gerarchia tra settori sociali più o meno svantaggiati si fonda sulla relazione competitiva tra individui formalmente liberi e uguali.

 

Ciò avviene all’interno di una cornice di relazioni in cui la proprietà si erge ad unica espressione di libertà e potere. Relazione e scambio sociale sono pressoché totalmente assunti all’interno del mercato e del consumo e la natura è considerata materia prima e non risorsa essenziale alla vita, cosicché la sua preservazione sembra orientata a non alterare il modello di sviluppo più che alla costituzione di una comunità ecologica, in cui uomo e ambiente siano soggetti di un rapporto armonico e non predatorio. Pur sottotraccia, l’esigenza di ragionare sui paradigmi assenti di un sistema così impostato, e la loro narrazione portano a individuarne chiaramente alcuni: condivisione, economia locale, solidarietà, autogestione delle risorse, democrazia diretta. Se è così, le comunità rappresentano i soggetti attivi di questi paradigmi, anch’essi assenti negli assetti sociali dominanti, in cui Stato e Mercato esauriscono l’oligopolio dell’organizzazione sociale.

 

La crisi del sistema dominante è evidente, uno sforzo va fatto però nella corretta individuazione delle cause, visto che, allo stato attuale e secondo dinamiche perverse, le politiche attuate per superare la crisi hanno avuto come effetto la radicalizzazione delle sue cause e l’inasprimento delle sue conseguenze; le prime, ad esempio, in termini di monetarizzazione della natura e finanziarizzazione dell’economia; tra le conseguenze, lo sgretolarsi delle istituzioni  “democratiche” e l’involuzione dei già difficoltosi percorsi verso la partecipazione popolare.

 

Se parliamo oggi di crisi economica e sociale in Europa è perché, a fronte dell’accelerazione impressa ai processi di accumulazione in un contesto già saturo dal punto di vista della concentrazione delle risorse economiche e dell’accesso a quelle naturali, non è più possibile scaricare le esternalità negative dell’attuale modello di sviluppo altrove o in casa propria, su territori e comunità ritenute sacrificabili. Declinare al singolare la crisi, intendendone l’aspetto economico e, nella migliore delle ipotesi, la sua connessione con quello sociale, porta a rimanere ingabbiati nell’immaginario  di un’idea di sviluppo, che ha veicolato nella possibilità della crescita economico-produttiva illimitata l’unica prospettiva in grado di assicurare un’adeguata e crescente qualità della vita, mentre  permangono in ogni luogo dei “ Sud” a dimostrazione del fatto che, in questo modello e su scala planetaria, esistono inaccettabili squilibri, articolati per aree geografiche e comunità a diverso grado interessate da fenomeni di sfruttamento.

 

Il risultato è (dati Oxfam, rapporto di ricerca Working for The Few) una concentrazione di risorse tale per cui 85 individui possiedono l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale, 7 persone su 10 vivono in paesi dove la disuguaglianza è aumentata negli ultimi trent’anni e l’1% delle famiglie possiede il 46% della ricchezza globale (110.000 miliardi dollari). Eppure siamo tutti uguali.

 

La crisi ambientale. Il miglioramento delle condizioni economiche generali nell’ultimo mezzo secolo ha permesso nei paesi “sviluppati” il consolidamento di lotte sociali al di fuori dell’ambito economico, incentrate sulla critica del capitalismo come sistema incapace di garantire beni extra-economici quali la preservazione ecologica del pianeta e, in connessione con essa, la salute e il buen vivir, rivendicati per tutti e non per una parte. È insomma divenuta consapevolezza diffusa l’insufficienza del parametro economico-reddituale come misuratore della qualità della vita.

 

A fronte di ciò, nell’applicazione delle teorie neoliberiste la deregolamentazione economica ha toccato il suo punto massimo. I processi di finanziarizzazione sono espressione di tale deregolamentazione che da economica diviene ambientale, cioè mancato rispetto del limite ecologico del sistema produttivo, quando la speculazione finanziaria serve ad attirare capitali verso attività produttive, che per massimizzare i profitti devastano l’ambiente oppure mercificano risorse comuni. Pensiamo alla privatizzazione di risorse essenziali per la vita come l’acqua, alla base di diritti da tutelare, trasformate in merce; al sacrificio dei territori alle esigenze dei processi di industrializzazione forzata e allo smaltimento dei rifiuti industriali, intendendo per rifiuto ogni emissione sregolata dei processi produttivi nelle matrici ambientali (acqua, suolo, sottosuolo e aria); all’impatto localizzato dell’estrattivismo energetico su alcuni territori.

 

In questi processi, sfruttamento della natura e del lavoro e sottrazione di risorse a territori e comunità convergono, traducendosi inevitabilmente in compressione degli spazi democratici, essendo ogni forma di sfruttamento e deprivazione imponibile solo in un quadro di forzature verticistiche delle decisioni politiche. Il modello produttivo attuale ha quindi utilizzato lavoro e natura come combustibili, riuscendo a garantire solo limitatamente, e ormai non più, i diritti del lavoro, ma in nessun modo arginando gli impatti distruttivi sulla natura. La diseguaglianza sociale prodotta si associa così all’emergere di forme di ingiustizia ambientale connesse all’iniqua distribuzione su determinate comunità e fasce sociali dei rischi connessi al modello di sviluppo; con l’emergere dirompente del limite ecologico, si sta realizzando dunque un passaggio: a fianco della compressione dei diritti del lavoro, si chiede all’individuo di rinunciare alla stessa aspettativa di vita in buone condizioni fisiche, esponendo la salute all’impatto ambientale dell’economia industriale.

 

L’integrità e salubrità delle matrici ambientali (aria, acqua, suolo e sottosuolo) è la risorsa comune originaria, da cui dipendono salute, qualità della vita e possibilità di sostentamento garantite da un accesso diffuso ed equilibrato, rispettoso del principio di responsabilità intergenerazionale. La messa a profitto dei territori attraverso processi di estrazione, accaparramento ed erosione della risorsa da un lato e diffusione di emissioni contaminanti, dall’altro, secondo dinamiche di monetarizzazione dell’ambiente tendenti alla massimizzazione individuale-deprivazione comune e restrizione dell’accesso, comporta di per sé un sistema impossibilitato al rispetto del limite ecologico perché svincolato dal comune interesse alla preservazione della e all’accesso alla risorsa che agirebbe da controllo e gestione sociale dell’ambiente. Si determinano così processi di deterioramento costante delle matrici ambientali a vantaggio di un ritorno economico per pochi individui, limitato nel tempo e geograficamente.

 

Occorre dunque un’analisi plurale che individui non la crisi ma le crisi: economica, sociale, democratica e ambientale, partendo da quest’ultima e risalendo alle connessioni che la legano alle altre all’interno di un filo che unisce i casi, i territori e le comunità dei conflitti ambientali in cui convergono aspetti sociali, economici e democratici, questi ultimi intesi come negazione di forme di partecipazione e autogestione nelle decisioni riguardanti l’utilizzo del territorio nelle sue componenti ambientali, storiche, sociali ed economiche determinate dal vissuto non eterodiretto delle popolazioni.

 

 

 

Biocidio: il linguaggio dell’insostenibilità. Il produttivismo capitalistico e la finanziarizzazione generano potere economico e sfruttamento in un sistema che appare impossibile da scardinare se lo si affronta, appunto, lì dove è più forte: il piano dell’economia e di assetti economico-finanziari consolidati e oggi agenti attraverso il ricatto del debito. Al contrario, sempre meno eludibile è l’effetto implosivo determinato dal superamento del limite ecologico. L’impossibilità di continuare a consumare ambiente senza mettere a repentaglio la vita e l’accesso comune alle risorse da cui deriva la sopravvivenza di ognuno mette in crisi il capitale dal punto di vista del sistema produttivo, economico, sociale e politico. Se il modello attuale si fonda su assetti di potere e stratificazioni sociali di tipo economico, le lotte ambientali hanno potenzialità interclassista e ricompositiva perché connesse alla vita stessa. Non a caso è stata la gestione delle risorse ambientali nel passato e ancora oggi ad aver espresso e a esprimere forme di accesso, uso e conservazione che costituiscono un modello alternativo, dei beni comuni, delle proprietà collettive, delle comunità che decidono al di fuori di meccanismi di delega.

 

 

Specchio di una visione e di una volontà tutte comprese nell’immutabilità e persistenza del sistema produttivo attuale, politica ed economia si sono dotate di un “linguaggio della sostenibilità” volto a dimostrarne la perfettibilità ma non hanno fatto proprio un vocabolario dell’“insostenibilità cronica” che serva a mettere in luce le criticità sintomatiche di limiti impossibili da superare se non a costo dell’autodistruzione.

 

Il linguaggio dell’insostenibilità è stato invece delegato a chi ne subisce gli effetti. La parola “biocidio” in Campania ha assunto centralità nella lotta delle comunità contro la messa a profitto dei territori e l’impatto sulla salute subito dalle popolazioni residenti a causa di una gestione criminale del territorio utilizzato come discarica di rifiuti urbani e industriali.

 

La presa di coscienza dei danni alla salute conseguenti ha dato vita ad un movimento di proposta alternativa ad un quadro fatto di sfruttamento delle risorse ambientali, azzeramento dei costi di smaltimento degli scarti di produzione, incidenza drammatica sulla qualità della vita delle popolazioni residenti. Andando più a fondo, biocidio non è soltanto espressione della connessione tra danno all’ambiente e danno alla salute legati allo smaltimento dei rifiuti, bensì la rilettura dei conflitti ambientali nel loro connettersi alla struttura sociale, politica ed economica dei rapporti di produzione. Il capitale e il produttivismo, utilizzando l’ambiente come combustibile, hanno dato vita a criticità che sì mettono a rischio la vita in buone condizioni fisiche ma producono effetti ulteriori: esclusione delle popolazioni dalle decisioni che riguardano la gestione del territorio, sottrazione di risorse ambientali irreversibilmente compromesse, imposizione di un determinato sistema economico dannoso per l’ambiente a scapito di forme di economia con esso più sintoniche – pensiamo all’agricoltura e alla qualità della produzione alimentare messe a rischio dai fenomeni sopra citati  ̶ , cancellazione di una struttura economica e sociale frutto dell’interazione armonica tra comunità e territorio sacrificati a processi di industrializzazione forzata. Biocidio è tutto questo, in quanto fenomeno incidente negativamente sulla vita in ogni suo aspetto

 

La mappa del biocidio. In Italia, l’evidenza epidemiologica relativa all’associazione tra impatto ambientale e salute in termini di  incidenza di alcune malattie o aumento della mortalità è stata analizzata in 44 dei Siti di interesse nazionale per le bonifiche dallo studio SENTIERI del Ministero della salute. Il d.lgs. n. 152/2006 individua le aree da inserire tra i “siti di bonifica di interesse nazionale” (SIN) sulla base di criteri di ordine sanitario, ambientale e sociale. Grandi centri industriali attivi o dismessi e aree oggetto di smaltimento di rifiuti industriali e/o pericolosi inseriti nel “Programma nazionale di bonifica”.

 

 

Continua a leggere su ecologiapolitica.org

 

 

*Salvatore Altiero,  Associazione A Sud.

Questo saggio è un approfondimento del lavoro pubblicato sulla rivista “Gli asini”, n.20, marzo-aprile 2014. Articolo pubblicato su  Ecologia Politica,  29 maggio 2014

Tags:



Back to Top ↑