Beni comuni: i Sud come spazi socio-geografici 31 marzo, 2014 | Redazione A Sud

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Dalla lotta contro il biocidio alla difesa dei commons

Autoritarismo economico-finanziario e deregolamentazione ambientale

 

Lottare per la difesa dei commons e contro il biocidio, in Europa come su tutto lo spazio globale, assume oggi un’importanza decisiva. Siamo convinti che la crisi economico-finanziaria e politica in cui è immerso l’occidente dal 2008 vada letta non come elemento ciclico e congiunturale, ne’ come riproposizione di episodi storici del passato recente, ma come processo costituente, verticale, i cui centri decisionali vedono una estrema ed inedita polarizzazione. In effetti la crisi sta rappresentando un’occasione di nuova ed efficacissima accumulazione per il capitale neoliberale e l’attacco ai commons ne è la dimostrazione lampante.

 

E’ un fatto ormai assodato che da una parte intere regioni dell’Europa siano individuate come big social dumps (grandi discariche sociali), e dall’altra che sempre più di frequente, in nome del mantra dell’austerità e del sacrificio, interi pezzi di territori (spesso dall’immenso valore artistico, culturale o paesaggistico) vengono svenduti, saccheggiati, in una parola sacrificati. Sono questi processi, coatti e antidemocratici che a nostro avviso individuano un sud politico europeo. Un sud che si rintraccia evidentemente proprio nelle zone meridionali che hanno funzionato come laboratori sperimentali per nuovi dispositivi di esproprio e sfruttamento (che macinano ecologie, diritti e persone), ma che si mostra anche nella perimetrazione di territori-ghetto ai margini delle grandi metropoli che funzionano come contenitori di miseria e degrado. Diciamo questo perché siamo contrari ad intendere la storia come processualita’ lineare e statica, ma siamo altresì convinti che il capitale funzioni attraverso processi di costante riterritorializzazione differenziale.
Abbiamo ritenuto di destinare al tema della difesa e creazione dei commons e ai nessi tra le forme di resistenza al biocidio in Campania, in Italia e in Europa, uno dei ws di questa tre giorni napoletana perché proprio la nostra regione, che si sviluppa attorno alla metropoli partenopea e’ stata innegabilmente individuata da un coacervo di poteri politici, imprenditoriali e criminali come una di queste discariche sociali.

 

Sono più di vent’anni infatti che i nostri territori subiscono un avvelenamento costante ed ininterrotto attraverso lo sversamento di rifiuti illegali ( ma provenienti dalle legalissime aziende del nord italia o del nord europa) e legali ( attraverso l’apertura di discariche e siti di stoccaggio nel bel mezzo dei centri abitati). Sono tantissimi d’altra parte i comitati, che a fronte dell’individuazione dei siti destinati alla devastazione e al saccheggio ( quello sì vero e mortifero messo in opera dal capitale) si sono mobilitati in difesa della democrazia e del diritto a decidere sui e dei proprio territori.

 

La forza di questi stessi comitati, la sedimentazione di saperi e conoscenze che si sono opposti convintamente alla retorica TINA ( there is no alternative), hanno mostrato la propria capacità ricompositiva e moltitudinaria il 16 novembre, quando Napoli e’ stata invasa da un fiume in piene di 100 mila donne e uomini che chiedevano l’interruzione immediata di tutte le forme di avvelenamento e la bonifica dei territori devastati e lasciati morire di cancro.

 

Oltre il ciclo dei rifiuti urbani e lo smaltimento di quelli industriali, operato in un secolo di storia industriale italiana secondo logiche non diverse dall’interramento criminale, biocidio è ancora altro. L’assoggettamento ad accumulazione capitalistica di una risorsa comune originaria: l’integrità delle matrici ambientali (acqua, aria, suolo e sottosuolo) da cui dipendono qualità della vita, salute e possibilità di sostentamento delle comunità, come qualsiasi processo di deprivazione e sfruttamento, imposizione antidemocratica realizzata grazie all’asse tra capitale e politica. Deregolamentazione economica e deregolamentazione ambientale, sfruttamento del lavoro e superamento del limite ecologico, di pari passo, sono il segno dell’implosione del modello capitalistico, non la crisi ma le crisi: ambientale, economica, sociale e democratica.

 

Biocidio è anche la cancellazione degli assetti economici e sociali determinati dalla naturale integrazione tra territorio e vissuto delle comunità sottomesse a processi di industrializzazione forzata e sfruttamento economico-ambientale che in epoca di contrazione produttiva si traduce in abbandono, cementificazione irreversibile e inutile, contaminazione, necessità di riconversione economica, cancellazione dell’economia agricola originaria. Se il capitale è privato, comune è la risorsa su cui agisce.

 

Non ci interessa dunque ragionare di devastazione ambientale come fenomeno oggettivo ed ineluttabile perché immanente ai meccanismi di valorizzazione capitalistica più o meno legato all’affermazione di modelli culturali (consumismo), bensì come processo aperto e revocabile, da sabotare e sovvertire, immerso ed attraversato dalla soggettività delle comunità resistenti. L’esempio campano, per quanto noto alle cronache e mediaticamente tristemente celebre, non è isolato. Il territorio nazionale come quello europeo sono disseminati di zone di biocidio.

 

In tanti territori le comunità hanno organizzato forme di mobilitazione e resistenza alle devastazioni territoriali che delineano una geografia nazionale che ha sedimentato la consapevolezza che il nodo ambiente-salute sia il terreno sul quale provare ad agire sia sul piano del conflitto che su quello dell’analisi, della ricerca e della proposta. Nascono in forme differenti e con moltitudinarie capacità di espressione e mobilitazione le lotte per la difesa dei territorio, da Niscemi, a Parma, passando per Bussi in Abruzzo, a Porto Torres, arrivando in Val di Susa, i movimenti dicono No alle alternative messe in campo dalla green economy, e propongono analisi e soluzioni.

 

Alcune delle esperienze di lotta che si oppongono a tali devastazioni sono invitate a partecipare a questo ws, per un confronto franco e propositivo su come connettere percorsi che parlano linguaggi simili anche se con specificità assai differenti.

 

Rifiutare il razzismo ambientale e la sua retorica strumentalmente nimbista, vuol dire anche immaginare momenti comuni e/o sinergici di mobilitazione su queste tematiche. Il nodo dei beni comuni e’ interessante se effettivo motore di ricomposizione tra soggettività resistenti, che attraverso l’azione politica dal basso si riappropriano di quelle risorse che il capitale incessantemente prova a sottrarre, attraverso la privatizzazione, la contaminazione, la mercificazione, la centrificazione, l’appropriazione violenta.

 

Siamo convinti che tutto ciò abbia profondamente a che fare con l’esautorazione dei processi democratici e che, proprio a fronte di un accentramento della decisione politica nelle mani di governance e poteri imprenditoriali e criminali, comitati e presidi territoriali rappresentano la più efficace forma di risposta radicale. Fuori dall’angustia della (pure inefficace) democrazia rappresentativa e della retorica legalitaria, le forme di autogoverno e la loro capacità riproduttiva, hanno dimostrato di essere gli unici veri laboratori di democrazia.

 

Questo e non altro vuol dire ragionare di istituzioni del comune nella crisi economica e di sovranità che affligge l’Europa del debito: processi inclusivi e costituenti capaci di proporsi come tertium datur tra il monopolio della cieca violenza di stato e il biocontrollo delle holding criminali.

 

[Fonte: PigsVStroika - Meeting Internazionale a Napoli]

 

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