Beni comuni e comunità: un paradigma per l’alternativa 14 marzo, 2014 | Redazione A Sud

Societa-beni-comuni-199x300[di Avallone, Parascandolo, Torre, Ricoveri su ilfattoquotidiano]

 

Da oltre cinque anni il sistema dominante è in crisi e le politiche di austerità messe in atto per superare questa crisi ne hanno acuito le cause – dalla privatizzazione e mercificazione della natura alla finanziarizzazione dell’economia – e amplificato le conseguenze, come l’erosione della democrazia. La riscoperta dei beni comuni, in Occidente e in Italia, può essere letta pertanto come l’espressione del bisogno di comunità e di condivisione, in risposta all’individualismo avido e selvaggio del neoliberismo.

 

I beni comuni sono principalmente una questione di beni essenziali alla vita e alla soddisfazione dei bisogni sociali, prima di essere una questione di diritti. L’assunzione di questa prospettiva non nega la necessità di un confronto con gli aspetti giuridici dei beni comuni, che variano a seconda dell’ordinamento istituzionale dei diversi paesi. Pone invece un punto di vista fondato sul carattere fondamentale dei beni comuni per la vita umana e non umana, e cioè per le “comunità” umane e per le comunità ecologiche (Fritjof Capra).

 

Il paradigma dei beni comuni che qui proponiamo è alternativo al capitalismo in quanto fondato sulla con-divisione, l’economia locale, la solidarietà, l’auto-gestione delle risorse da parte delle comunità e la democrazia diretta. Il paradigma capitalista esprime invece la cultura opposta: la proprietà è potere e non con-divisione, la società è fagocitata dall’economia, il legame sociale è lacerato, le risorse naturali sono usate come input inanimati per la produzione di merci da scambiare sul mercato “degli equivalenti”, come se non fossero il sostegno essenziale alla vita sulla terra (the life’s support system).

 

La recente riscoperta dei beni comuni sarebbe tuttavia un’occasione mancata, se venisse “bruciata” dentro l’orizzonte dell’ordine sociale dominante, per spostarne l’asse degli equilibri politici interni. Se il bisogno di condivisione riemerso di fronte alla crisi non fosse colto come l’occasione per ricomporre la frattura metabolica già individuata da Marx e per costruire un nuovo ordine sociale, che valorizzi le risorse e i mercati locali, introduca forti elementi di democrazia partecipativa, riconosca i movimenti come i nuovi soggetti della politica, accanto ai due soggetti oggi in campo, Stato e Mercato, sempre più ridotti ad un “oligopolio” assoggettato alle regole del mercato capitalistico.

 

Il rischio che ciò accada è insito nella cultura capitalista, basata sul consumismo di massa e sulprofitto privato, che considera “risolti” dal mercato i social needs. Nelle condizioni attuali, di oblio delle esigenze naturali e sociali, la maggior parte dei sistemi politici favorisce derive populiste che fanno a pezzi la democrazia, spostando il conflitto sul controllo dei nuovi mezzi di informazione e sulle nuove tecnologie.

 

I beni comuni possono dunque diventare un terreno di ricomposizione tra comunità umane e comunità ecologiche, sempre più scisse sul piano economico, politico e simbolico, ma non su quello materiale, non fosse altro perché gli esseri umani hanno bisogno di respirare e mangiare, dunque di comunità ecologiche con caratteristiche idonee a garantire il metabolismo umano. Il limite ecologico del capitalismo così come il legame intrinseco tra crisi economica e crisi ecologica sono una caratteristica fondante del modo di produzione capitalista, non una sua conseguenza negativa – un “danno collaterale” [...]

 

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