Amara Terra Mia – AtlanteFest

Amara Terra Mia – AtlanteFest

Editoriale tratto dall’intervento di Laura Greco, Presidente di A Sud, al panel AMARA TERRA MIA – Salute e Ambiente: cronache dal paese dei veleni, nel corso di AtlanteFest

Salute e ambiente

Per introdurre un dibattito sul rapporto tra salute e ambiente, partiamo da noi e dalla considerazione che le nostre associazioni hanno sempre agito nell’ambito di iniziative volte a supportare le comunità colpite dagli impatti ambientali  nei processi di visibilizzazione delle cause e delle conseguenze dell’attuale modello di sviluppo, e nel costruire strumenti comunicativi e vertenziali (anche legali) orientati a modificare le policy in campo ambientale per garantire il rispetto dei diritti delle popolazioni.

Tecnicamente, la salute è una condizione di benessere psico-fisica dell’organismo, influenzata da una molteplicità di fattori.

Gli stili di vita, il tipo di alimentazione, fattori genetici ma anche la qualità dell’ambiente in cui viviamo, sono elementi che contribuiscono a determinare la qualità della vita e l’insorgenza di patologie di diverso tipo.

La salute umana (e non solo) è soggetta all’azione dei cosiddetti determinanti ambientali: sostanze tossiche o patogene che interferiscono con l’organismo e favoriscono l’insorgenza di malattie cardiovascolari, respiratorie, oncologiche, riproduttive.

Esempi di gravi emergenze ambientali sul territorio italiano, con ricadute sulla salute della popolazione, possono essere riscontrati a partire dalle 57 (poi ridotte a 40) aree vaste contaminate riconosciute come S.I.N. (Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche), a partire dal 1992, dal Ministero dell’Ambiente.

All’interno di tali zone, le analisi epidemiologiche condotte, tra cui il Rapporto S.E.N.T.I.E.R.I. (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento) realizzato dall’Istituto Superiore di Sanità, hanno mostrato risultati preoccupanti per il maggior tasso di mortalità precoce e di incidenza tumorale, riconducibili all’esposizione a inquinanti.

Partiamo dunque dall’assunto che, in termini teorici, è conclamato il  nesso di causalità tra presenza di sostanze tossiche nell’ambiente e l’insorgenza di patologie.

Anche le organizzazioni internazionali hanno recentemente lanciato vari allarmi.
L’ultimo, qualche giorno fa.

Gli esperti dell’OMS stimano che di 36 milioni di decessi dovuti a livello globale a malattie non trasmissibili, ben due terzi è da attribuire alle conseguenze dell’urbanizzazione.
Le città uccidono a causa non solo degli stili di vita scorretti ma, per ben 1/3 dei casi, a causa della contaminazione ambientale diffusa.

Ogni 5 secondi, una vita umana finisce prematuramente a causa della sua esposizione all’inquinamento atmosferico, fino ad arrivare a 800 decessi all’ora.
Una realtà così grave da far dichiarare all’esperto Onu per i diritti umani e l’ambiente, David Boyd, che “l’umanità sta per causare la sesta estinzione di massa nel mondo”.

Non si tratta di opinioni, ma di dati e numeri, risultato di ricerche che il mondo scientifico ci restituisce puntualmente e che ci costringono a fare i conti con le cause strutturali della degenerazione dell’ambiente in cui viviamo: emissioni incontrollate di CO2 e altre sostanze tossiche (micropolveri, ecc); contaminazione delle falde acquifere in particolare da idrocarburi o oggi da pfoa e pfas, metalli pesanti e agrotossici; presenza di metalli pesanti nei suoli conseguenti a pratiche criminali di smaltimento dei rifiuti, elettromagnetismo, ruolo dei contaminanti come interferenti endocrini.

Questo scenario di devastazione ambientale e di elevata e diffusa tossicità, porta con sé vittime e carnefici, delineando un vero proprio conflitto a bassa intensità.

In questo conflitto, le vittime non vivono solo gli effetti sanitari di un ambiente ormai divenuto patogeno, ma subiscono una trasformazione che da comunità sacrificate alle logiche di mercato e sviluppo incondizionato, le trasforma spesso in comunità rassegnate a un destino ineluttabile.

Il lavoro di A Sud e di CDCA in questi anni si è mosso proprio da questo assunto, cercando di costruire strumenti e iniziative volte alla costruzione di coscienza comunitaria per l’uscita dalla condizione di vittima passiva.

La consapevolezza è che agire per il rispetto del diritto alla salute significa fondamentalmente far comprendere alla comunità e agli individui colpiti dai disastri ambientali, quali siano i loro diritti e come rivendicarli.

Partendo dal concetto che salute non è solo la presenza o assenza di un malattia, ma ha a che vedere con la possibilità degli individui di proiettarsi nel futuro, di vivere con serenità e armonia, di avere un lavoro degno, di non vedere svalutati i propri beni, di avere memoria del proprio territorio per immaginarsi il futuro, di vivere in una comunità solidale e inclusiva, coesa e vicina ai bisogni di tutti, di essere persone allegre che costruiscono una comunità protagonista e proattiva.

In questo senso, la salute non può in alcun modo restringersi alla definizione di patologia e deve allargare il concetto di prevenzione primaria e secondaria nell’ottica non tanto e solo della guarigione, ma piuttosto del risanamento e della coesione del tessuto sociale.

L’efficacia di un sistema sanitario richiede la capacità di passare dalla “cura” al “prendersi cura”, di una comunità, e non solo di un individuo o di una famiglia.

La salute è intimamente connessa all’esercizio della cittadinanza e della democrazia,  non è questione riducibile ai pur decisivi progressi della scienza e della tecnica medica. Essa non è riducibile neppure all’efficacia degli interventi sul singolo paziente. La salute è il frutto dell’organizzazione complessiva di una società, del suo livello di coesione sociale, in una parola della sua civiltà.

Se la conoscenza è il presupposto dello sviluppo di efficaci processi democratici, va da sé che la corretta informazione e la sensibilizzazione dei cittadini e delle cittadine sull’importanza del nesso di causalità tra ambiente salubre, stili di vita e condizioni di salute rappresenta una attività della massima importanza soprattutto in quei contesti in cui i livelli di contaminazione sono alti e incidenze anomale di malattie sono attestate da numerosi e riconosciuti studi epidemiologici.

Se ciò  va nella direzione della prevenzione primaria, ossia nell’individuazione e rimozione dei fattori condizionanti per la salute che possono modificare gli equilibri del benessere psicofisico, va aggiunta l’importanza di una capillare informazione sulla prevenzione secondaria: screening, test diagnostici e controlli medici ciclici possono fare la differenza nel decorso di una patologia.

Partendo da queste premesse, A Sud ha sviluppato diversi interventi ispirandosi all’epidemiologia popolare e comunitaria sviluppatasi in particolare in America del Sud.

E’ proprio dall’America Meridionale che gran parte delle nostre attività hanno preso e continuano a trarre ispirazione: facciamo riferimento al lavoro svolto dalla clinica ambientale di Adolfo Maldonado di Accion Ecologica e al principio secondo il quale la reparacion integral di comunità devastate socialmente dalla presenza di progetti estrattivi, debba inevitabilmente passare per la ricostruzione del buen vivir.

Attraverso il racconto della storia del territorio e i gruppi di parola, come l’esperimento di autonarrazione a Civitavecchia, svolta con Epicentro, abbiamo provato quindi a ricostruire il senso di collettività e a immaginare una condivisione che portasse il buen vivir come principio di vita armoniosa con la natura e con lo spazio in cui vive una comunità.

Attraverso il progetto che invece ad oggi ci tiene impegnati in Terra del fuochi, VERITAS,  abbiamo voluto raccogliere la sfida della rete dei tanti comitati attivi sui territori, che dopo anni di mobilitazioni e rivendicazioni hanno messo a punto una richiesta puntuale: essere gli attori che producono quella conoscenza che definisce in maniera chiara e inconfutabile il nesso tra qualità della salute della popolazione e devastazione ambientale.

I rapporti scientifici pubblicati, come quello di S.e.n.t.i.e.r.i., non risultano sempre accessibili alla popolazione o riguardano solo alcune aree specifiche. Inoltre non consentono di risalire alle responsabilità dei disastri ambientali e di individuare soluzioni condivise con la cittadinanza.

Troppo spesso le informazioni sullo stato di salute dei territori e delle popolazioni che vi risiedono rimangono nelle stanze dei tecnici. Esiste inoltre una diffidenza generale in relazione alla documentazione prodotta da enti scientifici la cui indipendenza è spesso messa in discussione dall’ingerenza degli interessi della politica e delle lobbies economiche. Le comunità organizzate nelle aree di conflittualità ambientale esprimono quindi la necessità di produrre conoscenza a partire dalle loro necessità.

Obiettivo di VERITAS è quello, quindi, di restituire ai cittadini la capacità di decidere sul futuro dei propri territori, attraverso la produzione di saperi, dati e conoscenza diretta e non mediata, strumento estremamente potente nell’acquisizione di consapevolezza per agire il cambiamento.

E’ prioritario, in questo momento, per la popolazione campana  avere delle evidenze scientifiche a partire dalle quali poter mettere in atto una pressione istituzionale a tutti i livelli affinché la necessità di introdurre la prevenzione primaria e secondaria nei LEA trovi finalmente una risposta che garantisca la tutela del diritto alla salute, così come il potenziamento dei CAV.

Tutto ciò in un territorio il cui tessuto sociale risulta frammentato e sfiduciato, in cui la partecipazione langue.
In questo contesto, risulta urgente e necessario agire per il potenziamento del tessuto comunitario e per la costruzione di strumentazione di cittadinanza attiva in grado di restituire protagonismo e consapevolezza alla popolazione  della Terra dei Fuochi. Condurre un’indagine tossicologica “dal basso” accompagnata da azioni di informazione e sensibilizzazione mirati ad aumentare la partecipazione della popolazione, è un’azione rivoluzionaria in un contesto in cui il dramma ambientale e sanitario sta divenendo una triste realtà a cui i più oppongono un atteggiamento di rassegnata passività.

Dimostrare in maniera inoppugnabile che i dati sanitari campani si potessero sovrapporre a quelli ambientali ha significato poter esigere bonifiche, piani di risanamento territoriale, ma anche interventi a tutela del diritto alla salute: prevenzione primaria e secondaria, cure mirate e risoluzione, finalmente, della piaga che stava ammazzando il territorio.

Gli aspetti procedurali e le metodologie di sviluppo ed esecuzione del progetto si rifanno alla citizen science, come prerequisito che garantisce partecipazione e protagonismo delle comunità.
Sono i cittadini dunque ad essere i componenti del comitato scientifico, i reclutatori dei pazienti volontari, ad essere chi definisce e sottopone i questionari anamnestici, e ad accompagnare i volontari ad eseguire i test.

Il tutto con le difficoltà che questo percorso ha implicato e i benefici, in termini di partecipazione, che ha portato con sé. Sono infatti i comitati ad aver deciso quale ente scientifico avrebbe dovuto analizzare i risultati, sono i pazienti volontari ad aver capito che sottoporsi all’ennesimo esame ha in sé l’opportunità di svelare la verità.

Tutto ciò ha portato a generare un’opportunità alla comunità avvelenata per uscire dalla solitudine, ritrovare uno spazio pubblico, aumentare la sua capacità di difesa del tessuto sociale.

Spesso nelle comunità impattate e avvelenate, vi è sfiducia, sconforto per l’immobilismo, alienazione, fastidio per l’aver già visto tutto e invano, oppure il rifiuto dello statuto patetico di vittima, e quindi quell’istintivo voler tornare a casa, alla normalità, ad un quotidiano che non può esser fatto solo di riunioni e comitati, ma anche di colazioni, scuola, spesa, gioco, ufficio.

In molte comunità c’è bisogno di paziente ricostruzione della normalità, lottando contro la rappresentazione di tragedie giustamente denunciate ma forse insostenibili, quando non profondamente comprese.

Per uscire da questo senso di rassegnazione e giustificata voglia di normalità, per spingere le persone a continuare a combattere per denunciare quanto sta avvenendo, c’è bisogno di lunghi e profondi processi che sedimentino saperi e conoscenze, fino a trasformarsi in dispositivi di cittadinanza capaci di individuare i cortocircuiti democratici del nostro sistema.

Salute significa per noi oggi anche questo.