Accordo di Parigi: la Terra ha solo il 5% di restare entro i 2°C 5 settembre, 2017 | Redazione A Sud

 

1[di Elena Dusi su Repubblica] L’ultimo treno per evitare il riscaldamento climatico è già partito. Anche volendo, non riusciremmo a rispettare il limite di due gradi, considerato come la linea rossa oltre la quale il pianeta subirebbe ripercussioni senza ritorno. Un gruppo di economisti, statistici ed esperti di atmosfera dell’università di Washington si è messa a fare i calcoli e su Nature Climate Change ha pubblicato le sue previsioni per il 2100. Altro che due gradi: le chance che l’aumento di temperatura del pianeta rientri in questo limite sono del 5%. L’obiettivo della conferenza di Parigi del 2015 di non superare il grado è mezzo ha una probabilità di essere centrato irrisoria: appena l’1%. L’ipotesi più realistica, secondo i calcoli dei ricercatori, è che l’aumento si attesti attorno ai 3,2 gradi.

 

Gli sforzi per incrementare le fonti rinnovabili stanno dando effetti, ma non ancora sufficienti. Da qui al 2100 l’intensità di anidride carbonica (le emissioni necessarie a ottenere un punto di prodotto interno lordo) continuerà a scendere (attorno agli anni 2000 ha iniziato a calare nella maggior parte dei paesi del mondo), ma non abbastanza. Il Pil mondiale salirà secondo le stime dell’1,8% all’anno, l’intensità di anidride carbonica calerà presumibilmente dell’1,9%. Mentre questi due effetti tenderanno ad annullarsi a vicenda, le Nazioni Unite stimano che gli abitanti del pianeta raggiungeranno gli 11,2 miliardi nel 2100.

 

“I due gradi rappresentano la migliore delle ipotesi” commenta Adrian Raftery, coordinatore dello studio. “Per rientrare nell’obiettivo dovremmo concentrare i nostri sforzi su tutti i fronti per i prossimi 80 anni”. Le emissioni annuali di gas serra, che attualmente sono 54 miliardi di tonnellate secondo l’Un Environment Programme, dovrebbero essere tagliate a 42 entro il 2030. “Gli obiettivi di Parigi – aggiunge il professore di statistica e sociologia dell’università di Washington – sono ambiziosi ma realistici. Il problema è che non basteranno a mantenere il riscaldamento entro il grado e mezzo”.

 

Sempre sullo stesso numero, Nature Climate Change pubblica uno studio che arriva dall’università del Colorado e prova a immaginare come la Terra reagirebbe di fronte a uno scenario assai improbabile: l’interruzione improvvisa, dall’oggi al domani, di emissioni inquinanti da parte dell’uomo. Nel 2100 l’aumento di temperatura registrato rispetto all’epoca preindustriale sarebbe comunque di 1,3 gradi. Colpa soprattutto dell’inerzia termica degli oceani e della lunga permanenza (secoli o millenni) dell’anidride carbonica in atmosfera. Al ritmo di inquinamento attuale, l’asticella del grado e mezzo verrà raggiunta in 15 anni.

 

Per chiudere il cerchio, la rivista fa uscire oggi un terzo studio dell’università della Carolina del Nord con il calcolo delle conseguenze per la nostra salute. Tra oggi e il 2030 l’inquinamento provocato dal riscaldamento climatico causerà la morte prematura di 60mila persone in tutto il mondo (260milaentro il 2100). Al caldo sono infatti associati l’aumento del gas ozono a livello del suolo e del particolato fine. Le piogge diminuiranno, insieme al loro effetto di ripulire dall’inquinamento l’aria che respiriamo.

 

Il Consiglio Nazionale delle Ricerche infine è andato a guardare quali sono le conseguenze del cambiamento climatico sul Mediterraneo. Su Scientific Reports a giugno uno studio dell’Ismar, l’Istituto di scienze marine del Cnr, insieme all’università di Southampton e all’Istituto di Scienze e Tecnologia del Mare di Tunisi aveva rivelato che il Mare Nostrum sta diventando sempre più caldo e salato. Dal 2005 a oggi questo processo ha iniziato a galoppare e oggi la sua rapidità è due volte e mezzo più alta rispetto alla seconda metà del XX secolo. “Nel Mediterraneo – spiega Katrin Schroeder, ricercatrice dell’Ismar e fra gli autori dello studio – l’evaporazione supera le precipitazioni e l’apporto dei fiumi. Nella parte orientale siccità e temperature hanno raggiunto livelli record rispetto agli ultimi 500 anni”.

 

(Pubblicato il 31 luglio 2017)

 

 

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