A Sud all’assemblea degli azionisti ENI 10 maggio, 2018 | Redazione A Sud

L’Associazione A Sud ha partecipato oggi all’Assemblea degli Azionisti dell’Eni, svoltasi a Roma. Prima dello svolgimento dell’assemblea abbiamo posto, di concerto con Fondazione Culturale Responsabilità Etica, una serie di domande per iscritto elaborate in collaborazione con comitati e associazioni attive in alcuni dei territori interessate da attività operate da Eni.

 

In particolare le questioni poste vertevano sui seguenti fronti operativi del Cane a sei zampe:

  • Distretto estrattivo in Basilicata (in collaborazione con l’Osservatorio Popolare Val D’Agri)

  • Riconversione polo di Gela (in collaborazione con il comitato No-Eni Gela)

  • Operazioni in Nigeria con particolare riferimento alle responsabilità per lo sversamento che ha colpito nel 2010 la comunità di Ikebiri, sita nell’area del Delta del Niger (in collaborazione con ERA-FoE Nigeria e con FoE Europe)

  • Operazioni nell’area amazzonica dell’Ecuador, con particolare riferimento alle attività del cosiddetto Blocco 10 (in collaborazione con Amazon Watch)

Di seguito il testo dell’intervento in Assemblea di Marica Di Pierri, in rappresentanza di A Sud.

In calce il file con le domande poste per iscritto.

 

TRASCRIZIONE INTERVENTO

 

“Buon pomeriggio a tutti, intervengo in questa assemblea degli azionisti in rappresentanza dell’Associazione A Sud.

 

Urge premettere che al di là del grande impegno – anche economico – profuso da Eni per dare l’immagine specchiata di impresa responsabile, attenta alla tutela ambientale e ai diritti delle comunità residenti nelle vicinanze degli impianti estrattivi e di produzione, l’osservazione ravvicinata degli impatti ambientali, sociali, sanitari ed economici sui territori interessate da attività operate dall’Eni mostra una realtà del tutto diversa.

 

L’Eni opera, dalla Nigeria all’Amazzonia dell’Ecuador, ai fronti estrattivi siti in Italia, avendo palesemente e come unico obiettivo quello di massimizzare i profitti, scaricando senza remore i costi ambientali, sociali, sanitari ed economici sulle comunità insediate, violandone spesso in maniera deliberata il diritto alla salute, alla partecipazione nei processi decisionali, all’ambiente salubre. Va sottolineata anche la straordinaria capacità che ha Eni di trovarsi a gestire relazioni con istituzioni pubbliche, enti di controllo e stampa che si pongono in posizione di subalternità rispetto all’impresa, nonché con eminenti esponenti della comunità scientifica pronti con puntualità a confutare le risultanze scomode di ogni dossier scientifico (tanto che riguardino qualità delle matrici ambientali che rilievi epidemiologici). Tale atteggiamento – ancorché lecito – non solo è eticamente scorretto ma anche sprezzante per i diritti delle popolazioni residenti.

 

Entrando nello specifico delle domande poste per iscritto urge chiedere alcune precisazioni.

 

1) In riferimento alle attività estrattive in Val D’Agri

 

– Colpisce anzitutto che nel Fact Book 2017 a pag.13, in riferimento alle operazioni di Eni nell’area Appennino Centro Meridionale si accenni en passant e con delicatezza quasi poetica alla sospensione delle attività estrattive per tre mesi (dal 18 aprile al 18 luglio) ma il tenore letterale del paragrafo sia studiato per evitare di citare il perchè della sospensione. In realtà è da ritenersi giusto che gli azionisti sappiano quale fu la ragione della sospensione: lo sversamento definito accidentale di 400 tonnellate (secondo quanto dichiarato dalla stessa Eni) di greggio nel terreno. L’impresa ha negato l’incidente, salvo essere poi costretta ad ammettere la perdita. La bonifica ad oggi (come risulta dalla risposta fornita, secondo cui sono stati rimossi 338 tonnellate su 400) non è stata ancora ultimata, nonostante le attività siano riprese già da quasi un anno. Entro quando si prevede di ultimare la rimozione del petrolio sversato?

 

– Riguardo la VIS – Valutazione di Impatto Sanitario realizzata sulla popolazione di Viggiano e Sarconi (site in Val d’Agri), è condannabile dire, come ha più volte fatto Eni, che l’ISS ha evidenziato inesattezze e limiti nell’esame della VIS. Più precisamente l’ISS ha affermato che ritiene necessari ulteriori approfondimenti. Il tentativo di delegittimare e stigmatizzare documenti scientifici attraverso il ricorso a consulenti di parte è una prassi da considerarsi odiosa. Il tal senso, la domanda “quanto ha speso Eni per le consulenze tecniche relative alla Vis” non ha avuto risposta. Chiediamo ad Eni di rendere pubblico questo dato.

 

– Infine, rispetto alle quantità di petrolio che si intende estrarre in futuro dal giacimento operato in Val D’Agri, visto che da tempo circola la notizia secondo cui si potrebbe arrivare a oltre 140.000 barili al giorno, la risposta fornita riporta la quantità di barili estratti attualmente (82.000) e aggiunge circa le prospettive che l’obiettivo strategico è la “creazione di valore nel lungo periodo, recependo le indicazioni degli enti e il pieno rispetto del territorio”. Tale risposta risulta essere una non risposta. Poniamo dunque nuovamente la domanda: è possibile sapere più precisamente quali sono le prospettive di sviluppo del giacimento?

 

2) In riferimento alle attività estrattive operate in Nigeria dalla NAOC, controllata Eni, abbiamo posto per iscritto alcune domande relative al processo civile in corso presso il Tribunale di Milano, intentato dalla comunità Ikebiri, in relazione allo sversamento avvenuto nel 2010 presso la comunità che ne ha contaminato il territorio causando grande pregiudizio alla qualità della vita e al mantenimento delle attività economiche tradizionali. A proposito si rileva quanto segue:

 

– Le risposte fornite sono da considerarsi fuorvianti rispetto agli atti di causa di cui siamo a conoscenza e che per ragioni di opportunità non è il caso emergano in questa sede. In generale è pero necessario precisare che le operazioni di bonifica non sono mai state in realtà realizzate, come dimostrano i campionamenti delle matrici ambientali i cui risultati sono incompatibili con l’avvenuta bonifica che l’impresa sostiene di aver effettuato. A tal proposito è lecito domandare: l’Eni è dunque indisponibile a realizzare tali bonifiche?

 

– Come è possibile che Eni e NAOC abbiano offerto alla comunità la miseria di 4,5 milioni di Naira (equivalenti a circa 10.000 euro)? Contestualmente si rileva che l’impresa non abbia risposto alla domanda posta circa i costi sostenuti per le spese legali, che ammonterebbero secondo alcune indiscrezioni a 200.000 euro. É possibile avere risposta su questo? E, se la cifra fosse verosimile, Eni crede sia proporzionato offrire 10.000 euro di risarcimento alla comunità e spenderne 200.000 di avvocati?

 

3) In riferimento alla riconversione del polo di Gela, le risposte fornite appaiono generiche ed evasive. Poniamo dunque nuovamente queste questioni, chiedendo riscontro puntuale:

 

– Eni è interessata o no all’Hub GNL? Il Masterplan citato nella domanda e ripreso nella risposta è pubblico o no? È possibile consultarlo?

 

– I 351 lavoratori previsti nella Green Refinery si intendono dipendenti diretti di Eni, o tale numero include l’indotto? Nel primo caso, quanti lavoratori, indotto compreso, si prevede siano impiegati a regime? E quanti lavoratori sono stati impiegati quest’anno per la costruzione degli impianti?

 

– Vista l’evasività delle risposte fornite, si puo affermare che, al netto della Green Refinery, le altre promesse relative al rilancio del polo di Gela siano destinate a rimanere tali?

 

4) Ulteriore questione da porre, che esula dalle domande poste per iscritto, riguarda le attività estrattive operate da Eni nell’Amazzonia Ecuadoriana, più precisamente nel cosiddetto Blocco 10. In particolare, in riferimento alla modifica delle attività estrattive dell’area del Blocco 10, il popolo di Sarayaku, Kichwa, la federazione Shuar di Pastaza e la Nazionalità di Achuar dell’Ecuador contestano il mancato rispetto del diritto di libero, previo e informato consenso e consultazione dei popoli indigeni, garantita dalla Costituzione ecuadoriana e da diverse convenzioni internazionale tra cui la Convenzione 169 dell’ILO. A questo proposito poniamo i seguenti quesiti:

 

– Eni è consapevole che la firma del contratto stipulato nel 2010 che include la modifica dell’area del Blocco 10, è stata effettuata in violazione del diritto alla consultazione previa, libera e informata dei popoli indigeni, garantito dalla Costituzione Ecuadoriana, e che le successive “socializzazioni” eseguite dallo Stato ecuadoriano nel 2013, hanno sistematicamente contraddetto la sentenza emessa dalla Corte Interamericana dei Diritti Umani?

 

– Eni è consapevole che queste azioni potrebbero portare conseguenze legali a livello nazionale e internazionale?

 

– Nonostante la resistenza delle comunità e organizzazioni   indigene, Eni ha intenzione di continuare con i piani di espansione di esplorazione e sfruttamento del petrolio nei campi Onglan, Moretecocha e Jimpikit che corrispondono a territori indigeni Kichwa, Achuar e Shuar?

 

– Eni, per verificare in loco l’attuazione delle politiche di gestione socio-ambientale, sarebbe disposta a permettere lo svolgimento di una valutazione di impatto ambientale e sociale indipendente, nella quale possano partecipare: leader delle varie comunità, leader delle organizzazioni indigene colpite dall’espansione del Blocco 10, accademici, rappresentanti della società civile, autorità del Ministro dell’Ambiente, e altri portatori di interesse?

 

In conclusione, ricordiamo agli azionisti qui riuniti, cui specifico interesse è la divisione degli utili, che sarebbe d’uopo in questa sede dedicare maggiore attenzione ai costi ambientali e sociali, in una parola umani, su cui quegli utili sono prodotti.

 

Grazie per l’attenzione.

 

Marica Di Pierri per l‘Associazione A Sud

 

Domande poste per iscritto

 

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