La Guerra dei Fuochi: ecoterrorismo, Stato, Camorre 19 luglio, 2017 | Redazione A Sud

vesuvio [di Andrea Salvo Rossi su globalproject] Stiamo vivendo giorni strani. Drammatici, ma soprattutto strani. Sono giorni in cui la “teoria del complotto” sembra essere la spiegazione più ragionevole e di buon senso. Cosa sta succedendo, infatti, in Campania? E cosa sta succedendo di diverso?

 

La Campania non brucia da oggi, brucia da anni. Da anni i comitati lo dicono, anche se normalmente la stampa preferisce ignorare la faccenda, come se fossero tutto sommato atti di teppismo, di incuria, di inciviltà, per i quali basta un po’ di pattugliamento delle forze dell’ordine e una ramanzina sull’atavica disaffezione verso il Pubblico dei meridionali. Tutto questo liquida un fenomeno ben più ampio, lo sappiamo da tempo: la filiera produttiva “del parallelo” nella nostra regione ha bisogno di nascondere le tracce e di abbattere i costi di produzione. Ci si inventa, allora, l’idea più vecchia del mondo: seppellire o bruciare tutto. Un’idea talmente redditizia che si può proporre a qualche industriale del Nord di accedere allo stesso “servizio”, così che i fusti interrati e i materiali combusti spesso, quando riconoscibili, portano codici di ben altre latitudini: Milano, Torino, Ferrara, Roma. Tutto questo è storia nota. Ma sta succedendo “solo” questo?

 

Lo shock delle immagini del Vesuvio in fiamme alterano la riflessione: bisogna intendersi su cosa significa quella montagna per Napoli, per la Campania. Non mi pare di esagerare dicendo che le immagini di oggi hanno la stessa portata che avrebbe per un parigino vedere il Louvre in fiamme o per un londinese assistere inerme all’incendio del Big Ben. Eppure non è solo l’emotività che rende questa storia diversa, allarmante.

 

Il fenomeno dei roghi, per come lo abbiamo conosciuto, era un fenomeno sommerso, nascosto, relegato a terre che un italiano medio non saprebbe rintracciare sulla cartina. Il perché è ovvio: si trattava dell’ultimo anello della produzione industriale camorristica della regione (cui però anche l’economia formale esternalizzava il servizio). Meno si vedeva, meno se ne parlava, più si poteva dire che le proteste degli attivisti erano bolle allarmiste destinate a sgonfiarsi, più il meccanismo era oliato e i soldi potevano girare nel mercato del vero oro nero: la munnezza.

 

La platealità degli episodi di questi giorni è una nota stonata. Lo è da prima che la cartolina rovesciata del Vesuvio costringesse tutti ad affrontare la questione. Che quest’anno stava succedendo qualcosa di strano lo dicevano già le donne e gli uomini di Acerra che, ormai dieci giorni fa, scendevano in piazza in 5000 contro i roghi: troppo vicini alle abitazioni, quest’anno, i cumuli di rifiuti inceneriti, troppo inspiegabile, ad esempio, lo scempio cui sono stati sottoposti gli abitanti delle palazzine di Via Primo Maggio, svegliati nella notte dai conati di vomito per l’orrore che stavano respirando. In quei giorni – che già sembrano lontani – ci siamo detti che sotto ci potevano essere gli interessi di chi aveva a cuore la realizzazione della quarta linea dell’inceneritore e che i roghi servivano a far digerire alla popolazione una soluzione odiosa, eppure necessaria, magari infilata in un pacchetto di misure più ampio in cui la gestione dell’emergenza si accompagnava al potenziamento del termovalorizzatore.

 

Poi c’è stato il Vesuvio: le teorie ad oggi si sprecano. Il procuratore antimafia Roberti ha ipotizzato possa avere un ruolo l’opposizione alla progettazione turistica del territorio, che collideva con altri interessi economici di gestione dello stesso. C’è chi ha parlato della volontà di ricavare terre gratuite per il pascolo a mezzo di incendi che poi sono sfuggiti di mano. Chi punta il dito contro gli interessi delle poche aziende campane che sono attrezzate a sostenere i progetti di risanamento (e accapararsi gli appalti). Il Mattino ci ha regalato lo scoop felino sul quale non vorrei tornare per mantenere un minimo di decenza, quella che la stampa sembra aver dimenticato.

 

Poi ha iniziato a bruciare anche l’area metropolitana di Napoli: prima Scampia, poi Chiaiano, poi Gianturco, poi Pozzuoli.

 

Ieri, invece, ha preso fuoco l’area a ridosso della sede Monte Sant’Angelo dell’Università Federico II: centinaia di studenti evacuati, panico, strade in tilt, fumi neri che invadono anche i quartieri bene della città, che arrivano al Vomero, a Posillipo.

 

Certo, il fenomeno dei roghi può aver dato la stura all’interessata follia generale: chiunque abbia degli interessi su un pezzettino di terra oggi può darle fuoco nascondendo il suo crimine nell’escalation generale.

 

Eppure c’è qualcosa di troppo strano nella natura eclatante del fenomeno di questi giorni, che non può essere attribuito solo alle narrazioni mediatiche. Qualcosa che – se dovessi trovare delle immagini efficaci di paragone – mi fa pensare molto di più alla distruzione del sito archeologico di Palmira da parte dell’Isis. Qualcosa che – se dovessi pensare alla storia recente del nostro paese – mi pare molto più simile alla strategia della tensione adottata da Cosa Nostra negli anni ’90 per aprire la trattativa Stato-Mafia e imporre i dodici punti del fantomatico papello di Riina.

 

Non mi pare esagerato dire che oggi gli incendi che devastano la Campania sono l’equivalente degli attentati dinamitardi mafiosi d trent’anni fa.

 

Questo non vuol dire necessariamente che dobbiamo immaginare una concertazione precisa dei clan in una misteriosa stanza dei bottoni: la camorra non è Cosa Nostra, non ha mai avuto un’organizzazione verticale e non c’è niente che autorizzi a pensare che un complotto vero e proprio ci sia. Quello che è vero, però, è che esistono pezzi dell’economia criminale che hanno lucrato sulla nostra regione negli anni passati (penso al sistema di potere di Nicola Cosentino, ma evidentemente non è quello l’unico caso) e che – dopo le maxi-inchieste, lo smantellamento di alcuni nuclei e, soprattutto, il feroce spoil system di De Luca che ha fatto piazza pulita delle burocrazie precedenti con la necessità di costruirsi il proprio apparato di potere – si credeva oggi avessero perso terreno. C’è qualcuno, insomma, non un’Organizzazione, non una Piramide, ma pur sempre qualcuno che non ha avuto o non sta avendo quello che aveva preteso, quello che gli era stato promesso, quello per cui erano stati mobilitati uomini e voti.

 

Le giornate che stiamo vivendo stanno aprendo, di fatto, le condizioni per una nuova trattativa tra Stato e camorre (uso il plurale per fugare ogni dubbio), perché ad un certo punto qualcuno dirà di poter far rientrare il fenomeno, qualcuno dirà di avere le attrezzature per intervenire e tutti questi soggetti dell’imprenditoria armata potranno dunque essere pagati per risolvere un problema che hanno, in realtà, contribuito a creare. Non serve, per questo, dire che tutti gli incendi hanno un’unica matrice: nemmeno tutti gli attentati del fascismo islamico sono realmente coordinati dall’Isis, ma l’Isis è il soggetto che può poi intestarsi i diversi attentati e aprire, su quelli, una contrattazione.
Se la dinamica è centrifuga, però, il nemico è chiaro: è quella zona grigia in cui imprenditoria, camorra e Stato si incontrano e decidono come spartirsi quote di terra, risorse e ricchezza. Per questo si protesta: non contro i piromani ignoti o contro “gli incendi” (come qualcuno ha scritto), né soprattutto contro le comunità migranti che la propaganda razzista racconta come i barbari che, materialmente, appiccano gli incendi. Ciò che conta è il fatto che c’è qualcuno che arma la mano ai singoli attentatori e, soprattutto, qualcuno che su quest’emergenza saprà costruire nuovi processi di accumulazione.

 

Come chiamare questo fenomeno? Penso che sarebbe il caso di strappare una parola al potere e dire che, la stagione che stiamo vivendo, quella che trasforma la terra dei fuochi in guerra dei fuochi è la stagione dell’ecoterrorismo. Dico che è una parola del potere perché, storicamente, sono stati chiamati “ecoterroristi” gli attivisti ambientalisti che mettevano in pratica atti di sabotaggio e disobbedienza civile nei confronti delle lobby che speculavano sull’ambiente.

 

L’ecoterrorismo è oggi il modo in cui i poteri criminali della nostra regione stanno mettendo in campo una prova muscolare che, dopo anni di lavoro sotterraneo in cui pareva che ormai l’economia illegale si fosse finanziarizzata, disinteressandosi del controllo dei territori, riapre una fase di negoziazione con lo Stato che, già in passato, si è dimostrato nient’altro che il prestanome unico a difesa degli interessi dei costruttori di inceneritori e discariche, nascondendo con i commissariati straordinari e le leggi speciali quanto di illecito avveniva in entrambi i casi.

 

Certo, proprio perché non c’è un vero complotto, niente è tutto scritto: dovunque c’è l’aggressione, c’è la resistenza. Questa resistenza stenta ad essere raccontata dai media mainstream ed ha tremendaente bisgono di momenti comuni, ma esiste. Ce lo dicono le centinaia di attivisti di Acerra che si sono costituiti presidio permanente. Ce lo dicono le duecento persone che ieri notte erano in assemblea a Boscoreale e che si sono sciolte in un corteo notturno per le strade del piccolo centro urbano. Ce lo dicono le mille persone che, a Napoli, sono rimaste in presidio ad oltranza per leggere alla prefettura il documento della rete dei comitati contro il biocidio. Dovrà essere la forza degli abitanti della Campania a imporre la vera trattativa, quella per la democrazia, per lo sviluppo sostenibile, per il controllo popolare sugli interventi di messa in sicurezza, risanamento e bonifica. La rete dell’ambientalismo campano non ha mai deluso le aspettative. Non comincerà a farlo adesso.

 

[Pubblicato il 17 luglio 2017]

 

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